Populismo come è vecchia la nuova politica

Dall’Uomo qualunque alla 2ª repubblica è il succo universale della politica

Il concetto di populismo ha assunto un significato così ampio che può essere applicato a tutti i partiti rappresentati in Parlamento. Una classificazione non recente, ma piuttosto precisa, dello storico inglese George Lichtheim vuole che «nell’ideologia populista (che è sempre la stessa, in ogni luogo e a ogni latitudine) il popolo è visto come una massa di virtuosi lavoratori contrapposta a un pugno di sfruttatori». Se così fosse, i partiti a cui rivolgere il sospetto di populismo sarebbero soltanto i partiti di opposizione e invece nel suo ultimo saggio, Dietro e contro (Laterza, 2015), Marco Revelli individua in Matteo Renzi l’eccellenza dei populisti. Ormai, infatti, anche la demagogia - cioè l’abitudine di lisciare gli elettori con soluzioni semplicistiche e tendenzialmente irrealizzabili - e il qualunquismo - cioè la diffidenza massima per le istituzioni democratiche: «Sono tutti uguali...» - rientrano in una grande definizione di populismo, e così vien facile trovare caratteri populistici in Forza Italia, nella Lega, nel Pd, nei gruppuscoli più estremisti, e naturalmente nel Movimento cinque stelle, per il quale sarebbe più che sufficiente la frasetta di Lichtheim.

Di conseguenza è perfetto anche Revelli, il suo libro è una vigorosa invettiva contro il presidente del Consiglio capace di superare, nel ruolo di «avatar di una lunga commedia mediatica» e di inventore di una «formula magica valida in tempi di superstizione», i nemici mostruosi per la sinistra da cui Revelli proviene: Bettino Craxi e Silvio Berlusconi. Cioè, Renzi è un vuoto a perdere, un incantatore di serpenti, uno sterminatore di corpi intermedi (sindacati, associazioni di categoria) per instaurare un rapporto diretto - e malato - con gli elettori. E quindi instaurare qualcosa di rassomigliante all’autoritarismo. L’antipatia di Revelli per il premier è sanguigna, schietta, incontenibile, a evidente discapito della scientificità dell’opera a cui invece obbedisce rigorosamente Marco Tarchi nella riedizione e ampliamento di Italia populista (il Mulino, 2015), saggio uscito per la prima volta nel 2003. Qui c’è tutto, c’è soprattutto la difficoltà di delimitare i confini del populismo, che fu l’origine delle ideologie spaventose del Novecento, comunismo e fascismo; di certo fu l’ispiratore di Guglielmo Giannini e del suo Uomo qualunque, che Tarchi racconta con impeccabile distacco e con la completezza che serve per andare oltre il masticato, ed è stato una componente fondamentale dei partiti della Seconda repubblica, a cominciare dall’uso dei sondaggi per portare avanti politiche gradite anziché necessarie. L’aggiornamento si concentra su Beppe Grillo, e già questo capitolo giustificherebbe il prezzo di copertina. Perché dimostra che il populismo, nato nella Russia dell’Ottocento, dopo aver oscillato con successo tra destra e sinistra, ora è il succo universale. «Siamo noi, i cittadini, che si impadroniscono della loro democrazia (...): i cittadini con l’elmetto, che non hanno più bisogno (...) di politici che sono lì da trent’anni pagati coi nostri soldi», dice Grillo. E siamo tornati a Lichtheim.


[Numero: 12]