Erdogan Il sogno del Sultano

Bruxelles chiama Ankara per bloccare i migranti. Ma l’adesione alla Ue è un enigma

Dopo anni di stallo, in questi ultimi mesi si è riacceso il dibattito sull’adesione della Turchia all’Unione europea (Ue). Questa volta l’apertura è venuta dall’Europa, e non perché Ankara abbia fatto progressi nel processo di riforme interno e nel soddisfacimento degli standard europei in materia di democrazia e libertà individuali, ma piuttosto perché l’Europa ha preso consapevolezza dell’importanza strategica della Turchia e della necessità di coinvolgere Ankara nella gestione dei flussi di migranti che stanno mettendo a dura prova la coesione interna dell’Unione.

Da quando sono stati avviati nell’ottobre del 2005, i negoziati di adesione hanno attraversato fasi alterne con innumerevoli battute d’arresto. In dieci anni la Turchia ha aperto 15 dei 35 capitoli previsti per l’ingresso nell’Ue, ma di questi solo uno (su ricerca e sviluppo) è stato provvisoriamente chiuso, mentre molti sono bloccati dal veto della Francia e della Repubblica di Cipro. Proprio l’irrisolta questione cipriota rappresenta uno dei principali ostacoli nel cammino di Ankara verso Bruxelles. A ciò si aggiungono, da un lato, il rallentamento del processo di riforme in Turchia, e dall’altro, la mancanza di volontà da parte europea nel far avanzare un processo di adesione che fin dall’inizio è stato costellato da una serie di paletti, oltre che dall’aperta ostilità di diversi stati membri, in primis Germania e Francia. Col tempo questo ha alimentato una crescente disaffezione turca verso il progetto europeo. L’Ue è stata criticata a più riprese di seguire una politica del “doppio standard” nei confronti della Turchia tanto che Recep Tayyip Erdogan, quando era ancora primo ministro, in diverse occasioni aveva manifestato al presidente russo Putin il suo interesse a entrare nella Shangai Cooperation Organization.

Nonostante la retorica di Erdogan, l’adesione all’Ue è rimasta almeno sulla carta uno degli obiettivi chiave della politica estera turca, in particolare dopo che il forte deterioramento del contesto mediorientale degli ultimi anni ha messo in crisi il ventaglio di relazioni della Turchia con i suoi vicini nonché le sue ambizioni di leadership regionale.

Proprio il caos in Medio Oriente e la necessità di una più stretta cooperazione nella lotta al terrorismo di matrice jihadista e soprattutto nella gestione dei flussi migratori generati dalle crisi in Siria e Iraq sono stati la molla del rinnovato interesse europeo nei confronti della Turchia, anche da parte di quei leader, come il cancelliere tedesco Angela Merkel, più avversi alla membership turca. Pur di assicurarsi la collaborazione di Ankara nel regolamentare, se non addirittura nel bloccare, i flussi migratori verso l’Europa, l’Ue si è impegnata a concedere aiuti per 3 miliardi di euro, ad avviare la liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi nell’area Schengen a partire dalla metà del 2016 e a riaprire i negoziati di adesione. Come segno di buona volontà, il primo passo è stato compiuto a metà dicembre con l’apertura del capitolo su politica economica e monetaria.

Su questo ritrovato spirito di cooperazione incombono tuttavia grandi ombre che mettono in dubbio la solidità dei binari su cui il processo di riavvicinamento è stato posto. Non solo l’accento da parte della Ue sulla “sicurezza innanzitutto” ma anche la svolta autoritaria del presidente Erdogan inducono a pensare che il rinnovato slancio non riuscirà ad andare oltre gli interessi contingenti dettati dall’emergenza migranti.


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