Impara l arte

Un calzino nell’Oregon o un Super8 in Armenia: indimenticabili artisti

Il primo artista che ho conosciuto è stato Sorel Etrog, scultore canadese di origini rumene, ebreo, per il quale feci l’assistente quarant’anni fa. Andava in giro con una valigetta ventiquattrore di lusso nella quale portava una scatola dei suoi biscotti preferiti. Io di arte contemporanea non sapevo assolutamente nulla ed Etrog mi sembrava un personaggio incredibile, anche se non era sicuramente bravo come Brancusi, mi ero convinto che fosse come lui. Oggi di arte contemporanea ne so anche troppo e di artisti ne ho conosciuti tantissimi ma pochi mi sono sembrati indipendenti e liberi come a quell tempo mi sembrava lo fosse Etrog. Anche se ammetto che gli artisti che ho incontrato mi hanno sempre regalato qualcosa di unico e indimenticabile. In Armenia sono andato a trovare un artista nel mezzo del nulla che faceva filmini in super 8, peccato che quando arrivai dopo due ore di auto lui era venuto a trovarmi al mio albergo e a casa sua non c’era elettricità quindi anche volendo i filmini non si potevano vedere. A Mosca ho incontrato personaggi che sembravano usciti o appena entrati nei sottosuoli di Dostoevskij. Uno di loro a una conferenza stampa di «Manifesta 3» di cui ero curatore minacciò di spruzzarmi sulla testa una bomboletta spray per protesta contro il sistema. In Oregon visitai lo studio di una giovane artista che mi mostrò un calzino fatto da lei a maglia. Alla mia domanda se avesse altro da mostrarmi rispose candidamente «no». In Israele fui accompagnato a visitare artisti da un tipo che per qualche strano motivo disponeva della chiave della mia stanza da letto, ma mi portò anche a vedere un piccolo fantastico museo in un Kibbutz, ispirazione per i più grandi architetti del mondo. In Polonia ho conosciuto gli artisti più tristi del mondo, a Belfast i più ubriachi, in Slovenia i più allegri. In Portogallo i più noiosi. I più spiritosi in Giappone. I più disordinati in Svizzera. L’esperienze più bizzarre le ho fatte con la lingua. In Ucraina a Kiev chiesi ad un artista come stava e lui mi rispose «Domani». In Corea del Sud, a Seul, un direttore di Museo insistette perché in una mostra sull’arte italiana mettessi un opera di Manzoni. All’inaugurazione si arrabbiò perché non la trovava. Davanti alla tela bianca si arrabbiò ancora di più. Solo allora capii che voleva Manzù. Tutto questo può ancora accadere, ma i sistemi di comunicazione ci hanno avvicinati drammaticamente e le incomprensioni grazie a Wikitutto sono state ridotte. Cosa è cambiato allora nel mondo dell’arte da quarant’anni a questa parte? Si potrebbe riassumere in un commento che mi fece Gian Enzo Sperone, altra personalità unica e inimitabile del mondo dell’arte. Sperone mi disse che quando iniziò a fare il gallerista, se di una mostra si aveva la fortuna di vendere un pezzo si festeggiava per una settimana spendendo tutto il ricavato della vendita. Oggi se all’inaugurazione le mostre non sono sold-out gli artisti danno la colpa al gallerista. Nel corso della mia carriera ho maturato la convinzione che se un artista non funziona per la critica o per il mercato non è colpa né del gallerista né del curatore, ma dello stesso artista. Vale chiaramente anche il contrario: quando un artista ha successo non è merito né del gallerista né del curatore, ma dell’artista stesso. Molti artisti di successo che ho conosciuto abbracciano più l’ultima parte della mia considerazione che la prima. Un po’ come quel mio amico che quando giocavamo a tennis, se perdeva diceva: «Abbiamo giocato male», mentre se vinceva: «Oggi ho giocato molto bene». Il lavoro di squadra nel mondo dell’arte è una cosa rara e magari non serve nemmeno. Gli artisti che si sono troppo affidati alla squadra spesso sono rimasti fregati, vedi i casi di Arte Povera, Transavanguardia, Neo Espressionisti Tedeschi e via di seguito. I fuoriclasse la squadra l’hanno mandata a quel paese, mentre i gregari hanno continuato ad arrancare. La mia vita nel mondo dell’arte si divide in due fasi distinte: dal 1993 al 2003 e dal 2003 in poi.

Nel 1993 curai la mia piccola sezione ad «Aperto» della Biennale di Venezia, il mondo dell’arte si poteva controllare ad occhio nudo. Un invito alla Biennale era come vincere un terno al Lotto. Il mondo dell’arte era per gli addetti ai lavori e tutti ci sedevamo più o meno allo stesso tavolo. Il confine fra mondo dell’arte Business Class e quello Economy Class era molto sottile. Damien Hirst veniva a trovarmi a casa e guardavamo i video amatoriali che facevo, ultima spiaggia della mia breve carriera di artista. Oggi parlare con Damien Hirst è quasi più complicato che parlare con Bob Dylan. Strategie, calcoli e giochi di società hanno oggi preso il sopravvento. Mi secca fare la malinconica parte di quello che rimpiange i tempi andati, anche perché non li rimpiango proprio, ma una certa spontaneità che distingueva il mondo dell’arte da altri mondi è andata di fatto a ramengo. Fare il curatore era un tempo il refugium peccatorum di quelli che non ce l’avevano fatta né come artisti, né come galleristi figuriamoci come collezionisti.

Dopo il 2003 anno nel quali diressi la Biennale di Venezia tutto è diventato più glam, social, la paura di non apparire o apparire nel modo sbagliato ci attanaglia. La gente si prende più sul serio anche se non necessariamente fa le cose seriamente. Oggi tutti sono curatori o come dicono i cinesi «culatoli», che forse è ancora più appropriato, perché se non si ha la propensione all’arruffianamento fin da piccoli è difficile nel mondo dell’arte farsi spazio. I social media hanno sicuramente contribuito a trasformare il sistema dell’arte. Se non hai postato la tua presenza all’evento dell’anno, possibilmente accanto a uno più noto di te, significa che non c’eri. Se c’eri nessuno ti ha visto, che praticamente è uguale. C’è però anche una controindicazione all’instagrammizzazione selvaggia nel mondo dell’arte: se uno si vede dappertutto ma non si capisce che ci sta a fare è controproducente, significa che non hai meglio di altro da fare, come artista, come curatore, come collezionista. A proposito, i collezionisti: quelli Doc sono una specie in estinzione. Chi colleziona oggi molto spesso guarda all’investimento rapido non capendo che è come giocare alla roulette. I veri collezionisti sono giocatori d’azzardo e di passione vera, giocano sempre, spendono molto e spesso alla fine dell’anno ci guadagnano pure, ma per loro è indifferente. Collezionare è per il collezionista l’unica ragione di essere. Tempo fa un signore mi disse che voleva comprare un’opera a un’asta e mi chiese cosa ne pensavo. Male m’incolga per avergli dato la mia opinione - positiva - sul quadro che poi lui acquistò. Qualche mese dopo, un’opera dello stesso autore, delle stesse dimensioni e anno fu battuta all’asta con 10% in meno di quello che l’aveva pagata il mio signore. Immediatamente mi arrivò una mail dove mi si chiedeva come mai. Spiegai che il valore dell’arte è volatile e dipende da molte e diverse condizioni. Pensavo di averlo calmato. Purtroppo passarono altri mesi e un’altra opera simile fu battuta con un 15% in meno. Apriti cielo! Fui accusato di avergli dato un consiglio superficiale ed affrettato, come se gli avessi venduto un motorino usato. Tentai di spiegargli, di nuovo, che appunto comprare arte non è un gioco sicuro. Come - gli dissi - sicuro non era comprare le azioni della sua azienda, visto che in un solo anno avevano perso quasi il 25% e che se un azionista gli avesse telefonato per lamentarsi della prestazione mediocre lui lo avrebbe mandato a quell paese. Conclusi dicendo che se uno compra ciò che gli piace quel valore lì non cambia mai a prescindere dal prezzo. Un Morandi appeso al muro, se è bello è sempre un Morandi, un azione di qualsiasi azienda, una volta che perda il suo vero valore, diventa soltanto un pezzo di carta che appeso al muro fa pure schifo. Non credo che la lezione e il paragone siano stati recepiti. Ma credo sia proprio importante ricordare a chi si vuol avventurare nel mondo dell’arte, in particolare i futuri collezionisti, che l’arte è sempre un bene rifugio, non tanto per i propri soldi ma più che altro per le proprie idee, fantasie, frustrazioni, mancanze. Comprare arte fa bene, non fosse altro per il fatto che qualcosa in mano o sotto i denti ci rimane sempre. Qualcosa da vedere, qualcosa da apprezzare, qualcosa che ci faccia ricordare o dimenticare. Se però avete il terrore di buttare i vostri soldi, come il signore di cui sopra , lasciate perdere, compratevi una moto da corsa o magari un’altra casa al mare.


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