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Cosa c’entra Basquiat con la street art? Breve guida per neofiti

Si può andare a vedere la nuova mostra dedicata a Jean-Michel Basquiat dal Mudec di Milano senza conoscere Taki123, Dondi e Samo? Forse sì, ma oltre a Picasso, Mirò e Warhol, meglio scoprire un altro mondo prima di immergersi nell’imponente opera dell’artista. Chi fosse Samo è presto detto: Samo è Jean Michel Basquiat, o meglio lo pseudonimo con cui inizia la sua carriera, a 17 anni, pittando le strade del Lower East Side a Manhattan. Non lo fa da solo, ma con l’amico Al Diaz. Samo sta per «Same old shit». Finito il sodalizio nel 1979 su un muro di Soho scrivono «Samo is dead». A differenza degli altri writer, Basquiat riempie i suoi tag di testi, come: «Quale tra le seguenti istituzioni ha la maggiore influenza politica? A. La televisione B. La Chiesa C. Samo D. Il McDonald’s». Ironia e dolore, le armi del giovane Jean Michel.

A scrivere sui muri di New York allora ci sono anche, oltre a Keith Haring, A-One, Bear 167, Rammellzee. Siamo agli inizi degli Anni 70 e la moda di marcare il proprio nome in lungo e in largo per la città si impossessa degli adolescenti. Taki123 è l’inconsapevole iniziatore.

A scrivere sui muri di New York allora ci sono anche, oltre a Keith Haring, A-One, Bear 167, Rammellzee. Siamo agli inizi degli Anni 70 e la moda di marcare il proprio nome in lungo e in largo per la città si impossessa degli adolescenti. Taki123 è l’inconsapevole iniziatore. La sua «carriera» dura qualche anno, poi Demetrius (suo vero nome), abbandona quella pratica fatta di vandalismo e noia. Per altri, come Dondi, non sarà così: uccisi dall’Aids, morbo misterioso che fa strage di giovani, o dalla stessa, pericolosa, pratica del graffitismo.

Riappropriazione degli spazi urbani e riconoscimento, ecco di cosa sono in cerca quei giovani. E se è vero che fin dal saggio di Rene Ricard «The radiant child», che lancia Basquiat nel mondo dell’arte, la sua opera è distinta da quella di vandali e street artist, è pur vero che dinamiche di «appropriazione» e «riconoscimento» rimarranno attive per tutta la sua breve vita.

Quel ragazzo che «sa di cuoio, pittura a olio, tabacco, marijuana e ha l’odore leggermente metallico della cocaina» (da “La vedova Basquiat”, Jennifer Clement, appena uscito per Mondadori Electa) supera presto il mondo di riferimento della graffiti art e incontra i grandi movimenti figurativi del ‘900, l’arte africana e la poesia.

Quel ragazzo che «sa di cuoio, pittura a olio, tabacco, marijuana e ha l’odore leggermente metallico della cocaina» (da La vedova Basquiat, Jennifer Clement, appena uscito per Mondadori Electa) supera presto il mondo di riferimento della graffiti art e incontra i grandi movimenti figurativi del ‘900, l’arte africana, la poesia. Warhol diventa suo mentore. Lui si fa assiduo frequentatore della Fabric. E così passa dal riconoscimento urbano a quello dell’arte che conta e che, guarda caso, è fatta fino ad allora solo di bianchi.

Oggi Basquiat è, secondo i dati di Artprice, l’artista più quotato nel mercato dell’arte contemporanea, capace di smuovere un fatturato di quasi 126 milioni di dollari l’anno. Il suo «Orange Sports Figure», pagato 66.000 dollari agli inizi degli Anni 90, è stato venduto nel 2015 a 8,8 milioni da Sotheby’s. Il curatore della mostra da poco inaugurata al Mudec, Museo delle culture di Milano, Jeffrey Deitch, a lungo amico dell’artista, aveva consigliato a Basquiat di conservare le proprie opere come «miglior investimento possibile». Ci aveva visto lungo.


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