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Fiere e gallerie lanciano gli sconosciuti Ma il “canone” lo danno i musei

È difficile dire se oggi siano più le fiere o i musei a contribuire alla valorizzazione di un artista. Credo che i due contesti vadano più o meno a braccetto. Nel senso che le fiere danno a un artista o a un’opera quella visibilità in grado di esprimerne il suo potenziale in termini di marketing e di “vendibilità” e riescono ad accendere più facilmente l’interesse di un collezionista. Ma credo che questo non sia abbastanza, diciamo che la “validazione” di un artista avviene attraverso i musei. Sono loro a “canonizzare” nel senso di creare un canone che permette di stabilire il valore e l’inserimento di un artista nella storia dell’arte. Se partecipi a una fiera e hai successo commerciale questo potrebbe anche essere il frutto di una bolla speculativa o della coincidenza di gusto tra un gruppo ristretto di collezionisti, che magari si esaurisce nell’arco di breve tempo. Se hai esposto alla Tate Modern anche fra cent’anni il tuo nome risulterà tra gli artisti che il museo ha ospitato. Poi bisogna tener conto che ci sono anche artisti che rifiutano il discorso commerciale o per il tipo di lavori che fanno o per il loro impegno ideologico, in tal caso sono i musei a dare al loro lavoro uno sbocco. Ma la collaborazione tra gallerie e musei, tra mercato e istituzioni pubbliche, il supporto reciproco che possono darsi non è assolutamente un elemento negativo, anzi aiuta entrambi a far meglio il proprio lavoro. Certo i ruoli reciproci devono essere definiti e ad esempio in Gran Bretagna lo sono in modo chiaro, per evitare “conflitti di interesse” e favoritismi.

Per un collezionista abituato magari fino a non molto tempo fa a frequentare solo una o più gallerie di riferimento con le quali manteneva un dialogo e coltivava un certo tipo di gusto, c’è oggi un cambio di velocità e di scenario. Ma il moltiplicarsi di fiere, biennali e musei non è un fenomeno negativo: grazie ad esso il pubblico che si interessa all’arte contemporanea si è allargato notevolmente, basti dire che alla Tate Modern ci sono stati l’anno scorso quasi 6 milioni di visitatori. In una fiera oggi il collezionista ha modo di “visitare” insieme un numero di gallerie che prima impiegava mesi per vedere, ammesso che ne avesse il tempo. Le proposte della 30 gallerie di Parigi o delle 40 di New York che davvero contano può scoprirle in un colpo solo alla Fiac, o a Frieze. Oggi un appassionato conosce almeno 10 artisti cinesi di valore internazionale che un tempo difficilmente avrebbe sentito nominare. L’effetto globalizzazione ha fatto sì anche che non si vada più alla Fiac di Parigi per vedere e comprare gli artisti francesi o ad Arco a Madrid per quelli spagnoli, ti può capitare ad Artissima di trovare quel giovane artista thailandese che magari ti interessa e che puoi far entrare nella tua collezione.

Sulla valorizzazione dei giovani artisti anche attraverso il mercato un ruolo possono svolgerlo poi le istituzioni pubbliche. In Gran Bretagna ad esempio un’istituzione come il British Council aiuta le gallerie che si impegnano a portare artisti inglesi nelle fiere in giro per il mondo e non è cosa di poco conto dati i costi che comporta partecipare a una fiera internazionale. In tempi di globalizzazione si esporta una nazionalità attraverso un prodotto. In Italia questo discorso è ancora di là da venire. Complessivamente con il crescere del mercato è anche aumentata la possibilità di espressione globale e di contatti e influenze tra artisti e culture diverse. Una cosa estremamente positiva. Non che non succedesse anche un tempo, basta pensare all’effetto che la mostra a Torino alla fine degli Anni 50 del Movimento giapponese Gutai sostenuto da Marcel Tapié ebbe su un’intera generazione di artisti italiani: l’Arte Povera è nata anche grazie a quella influenza. Se allora la scoperta di un gruppo o di una tendenza proveniente dall’estremo opposto del mondo era un fatto eccezionale oggi rientra nella normalità.

(Testo raccolto da Rocco Moliterni)


[Numero: 52]