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Artisti-gallerie-collezionisti: in Fiera c’è il circolo virtuoso che l’Italia non sa valorizzare

Il direttore di fiera d’arte contemporanea è un mestiere che non esiste. Lo si impara sul campo arrivando da un’altra professione, sperabilmente più simile possibile. Parliamo del mondo dell’arte, quindi certe conoscenze sono imprescindibili, ma poi è anche un’impresa manageriale, gestionale e diplomatica senza precedenti, oltre che una prova di resistenza fisica. I più bravi sono quelli che lo imparano in fretta oppure che lo fanno sapendo di rimanere a lungo. Perché è una questione di investimento. Si costruiscono rapporti - con galleristi, collezionisti, curatori, giornalisti, sponsor, politici, pubblico dell’arte – ma è necessario adottare linguaggi completamente diversi con ognuno di loro. È come raccontare la trama dello stesso meraviglioso film facendolo sembrare un film fantascientifico, oppure uno romantico, oppure una commedia, a seconda dell’audience. Lavoriamo per rendere appassionante Artissima e per appassionare. Lavoriamo instancabilmente per dodici mesi per mettere assieme un’orchestra che nei giorni della fiera deve suonare una melodia ideale, consapevole che non avrà l’opportunità di esercitarsi prima o fare una prova generale insieme. Performance, giovani, avanguardie, incontri, visite, eventi, iniziative speciali. Creiamo tutto questo cercando di rendere armonica una stranezza sostanziale: la fiera può crescere e aumentare la qualità del suo progetto solo se le gallerie vendono. Per questo è necessario portare in fiera molti collezionisti (soprattutto internazionali in un momento storico in cui il mercato italiano, pur di grandissimo livello, è caratterizzato da una fiscalità penalizzante). I nostri provengono da 74 paesi. Non è un’impresa facile comunicare al visitatore generico che il successo, la bellezza, la forza e l’altissima selezione di ciò che vede in fondo in fondo la deve a chi compra. D’altra parte è dal mercato che dipende l’intero sistema dell’arte. I collezionisti che comprano arte non sono snob del lusso ma rafforzano le gallerie, permettendo loro di investire anche sugli artisti giovani (dal ritorno non immediato) o sostenere i musei. Ecco allora chiarito un grande limite della rete culturale in Italia. Se Artissima continua a crescere e attrarre pubblico e gallerie da tutti gli angoli del globo, lo fa con una formula precisa. Lo fa perseguendo una specificità, una “nicchia”, perché con il 30% di fiere in più nel mondo solo negli ultimi anni, bisogna competere con un’identità globale ma riconoscibile. Lo fa con una ricerca curatoriale d’eccellenza che offre l’opportunità di acquisire artisti in crescita. Lo fa introducendo iniziative e nuovi format, non copiando ma facendosi copiare dagli altri. Lo fa investendo su Torino, sulla sua rete di musei e fondazioni contemporanee che non ha nulla da invidiare alle capitali europee... e magari anche sul tartufo, perché non è poi un’eresia riconoscere che ci sono mondi connessi e complementari e che la cultura parla tante lingue (anche letteralmente).


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