Ma che Storia ci Raccontiamo

Un libro a settimana

Nel 1963, temendo erroneamente di essere vittima di una grave malattia, Max Mannheimer, decide di scrivere un libro di memorie. Nato nel 1920 in Cecoslovacchia, figlio di commercianti ebrei, deportato a Auschwitz, Varsavia e Dacau e unico sopravvissuto della sua famiglia alla Shoah insieme al fratello minore Edgar, per anni aveva nascosto la sua storia dolorosa alla figlia Eva, “per proteggere lei e me stesso”.

Con la paura di non riuscire a finire in tempo, Mannheimer scrive di scatto, febbricitante. Nasce così “Una speranza ostinata” (appena pubblicato in Italia da Add editore, con prefazione di Paolo Rumiz): un testo secco, asciutto, cronaca fedele di eventi impressi indelebilmente nella memoria. La gioventù nei Sudeti, l’ascesa del nazismo, la fuga a Ungarisch-Brod, la deportazione, i campi, la morte, le marce forzate mentre gli alleati avanzano. Fino alla liberazione, avvenuta il 30 aprile 1945, lo stesso giorno in cui Hitler si suicida nel suo bunker di Berlino. Una storia personale che si inserisce nella grande Storia. Una delle prime lunghe testimonianze dopo anni di apparente oblio e rimozione.

Man mano che si procede nella lettura di queste cento pagine, sembra di sentire il fango dei campi, il dolore delle botte, la calca e l’aria satura dei vagoni che trasportano detenuti. Eppure permane una sottile ironia, un distacco dagli eventi, la forza della gioventù che assiste incredula a quello che le sta accadendo intorno e oppone la vita come estrema forma di resistenza. «Non può andare peggio di così» si ripetono i protagonisti mentre gli eventi precipitano. Ma se il libro di Mannhemeir ci dà un monito è quello di non essere (troppo) ottimisti. La via dedicata al dottor Zamenhof, inventore dell’Esperanto, lingua franca tra i popoli, finisce tra le macerie del Ghetto di Varsavia.

Per capire i mali della Storia è necessario avere il coraggio di guardarli. Giunto a Dacau, suo terzo campo di sterminio, debole e ammalato, al giovane Max viene affidato un lavoro “leggero”: trasportare cadaveri da Karlsfeld su un mulo. Sotto grandi coperte i corpi sono nascosti allo sguardo e una SS sorveglia affinché i passanti non siano turbati da quella visione “sgradevole”. Si stende un velo, si scrive villa al posto di lager sulle cartoline dei detenuti e, voilà, si nasconde l’orrore, che in società non sta bene.

Da allora Mannheimer, morto nel settembre 2016, è diventato in Germania (dove era tornato a vivere per amore di una donna tedesca) e nel mondo un testimone della Shoah, visitando decine di scuole per spiegare ai ragazzi l’importanza della memoria. Nel 2013, fu su suo invito che per la prima volta un Cancelliere tedesco, Angela Merkel, si recò in visita ufficiale a Dacau. Una vita spesa da testimone, non da giudice. Cercando di capire come tutto ciò sia potuto accadere. «Non provavo alcun odio verso i tedeschi. Non lo avevo mai provato. Io ho sempre voluto instaurare un dialogo».


[Numero: 51]