ma che storia ci raccontiamo

Tragico errore falsificare il passato per giustificare i conflitti del presente

La guerra contro il passato è la più praticata ma anche la più stupida di tutte le guerre. È una forma di belligeranza, peraltro mai dichiarata, che si propone di frantumare la storia, semplificarla, smontarne la complessità così da rendere gli accadimenti dei tempi remoti adattabili alle categorie e alle esigenze del presente. Un’operazione concepita per offrire retroterra, dignità alle contese dell’oggi. E per questo destinata a provocare danni incalcolabili.

Ma a cosa porta questa guerra contro il passato? A confondere le idee sul presente. Proprio quelle idee sulle quali vorremmo farci tornare i conti. Alain Finkielkraut – padre ebreo sopravvissuto ad Auschwitz, madre ebrea di cui i nazisti hanno sterminato l’intera famiglia in Polonia – nota come dopo che Marine Le Pen espulse il padre dal Front national – che lui aveva fondato nel 1972 – a seguito di sue affermazioni negazioniste, sia successo un fatto strano: la sinistra ha attaccato ancor più pesantemente la Le Pen. «A terrorizzarli, più che il fascismo, era l’eventualità della sua scomparsa […] Si dicono progressisti ma sono dei devoti dell’immobile: odiano il nuovo e credono con tenacia di ferro nell’eterno ritorno delle ore più oscure della nostra storia.» A loro serve che ci sia «un razzista da denunciare ogni settimana». La guerra al passato provoca una grande confusione nelle menti.

Ma perché si muove guerra al passato? Principalmente perché temiamo che ci riservi delle sorprese. Dopo la Guerra dei sei giorni (giugno 1967) iniziano nei territori occupati da Israele le ricerche archeologiche per indagare sul passato del popolo ebraico e verificare quanto esso coincida con il racconto della Bibbia. Ma le delusioni sono molte. Le mura di Gerico che i sacerdoti avrebbero fatto crollare dando fiato alle trombe non sono mai esistite. Le città descritte dai testi sacri non erano né grandi né fortificate, e non avevano mura «che si levavano alte nel cielo». La stessa Gerusalemme era un piccolo centro. «Abbiamo trovato una gran quantità di materiale che ci dimostra come al tempo di Davide e Salomone Gerusalemme non fosse che un villaggio dove non c’era né un tempio centrale né un palazzo reale» afferma lo studioso Zeev Herzog. La zona «è stata quasi tutta scavata e gli scavi hanno dato una quantità impressionante di materiali dei periodi precedenti e successivi al Regno unito di Davide e Salomone; di quel periodo invece non è stato trovato nulla, tranne qualche pezzetto di coccio». Il grande Regno di Davide e Salomone – a detta di Herzog – è «una costruzione storiografica immaginaria».

È una torsione storiografica foriera di divisioni considerare il passato come qualcosa di stabilito. Ad esempio, considerare il Congresso di Vienna esclusivamente come momento d’avvio della Restaurazione ha provocato conflitti per l’intero Ottocento. Eppure è oggi ampiamente dimostrato quanto sia errata la visione in chiave solamente restauratrice dei lavori di quel consesso che, tra il novembre del 1814 e il giugno del 1815, disegnò gli assetti d’Europa per l’intero secolo successivo. Secondo studi recenti in quella sede fu cercato e trovato un «cauto consenso tra liberali moderati e conservatori riformisti, per tutelare i popoli da pericolosi esperimenti radicali».

Se vogliamo essere in pace con il passato dobbiamo essere disposti a rivedere qualcosa di importante, anche pezzi della memoria collettiva a cui siamo legati. Ma non basta. Per quest’opera di pacificazione con la storia dovremmo essere disponibili anche a una rivisitazione – in positivo o in negativo – dei grandi del passato. Per evitare la ripetizione di errori che hanno provocato conflitti sanguinosi si devono individuare, con coraggio, i passi falsi anche di grandi intellettuali. Che resteranno grandi anche quando si sarà preso atto dei loro inciampi.

La pacificazione con il passato ci impone di riconoscere gli errori di qualunque parte e soprattutto di non andare a cercare nella storia antefatti alle prospettive politiche del tempo presente. Ad esempio, Carlo Magno può essere considerato il padre dell’Europa? No, secondo Jacques Le Goff: «È vero che unificò sul piano militare e amministrativo una vasta parte del nostro continente ma non aveva la benché minima coscienza di quel che sarebbe stata l’Europa […] Facendosi incoronare dal Papa, Carlo Magno non guardava all’avvenire, ma al passato. Più che creare una civiltà futura, voleva far rinascere l’antica civiltà romana, rianimandola grazie al cristianesimo». L’ideale europeo nascerà molti secoli dopo.


[Numero: 51]