Ma che Storia ci raccontiamo

Sapevate che l’Amazzonia ora è nelle mani dei cinesi?

Parla di “storia globale”. E lui, per primo, è uno storico e professore globetrotter. «Insegno tre mesi all’università di Princeton, tre a quella di Belém, nell’Amazzonia brasiliana. E per il resto dell’anno a Parigi», spiega serafico Serge Gruzinski, 67 anni, storico francese dell’École des hautes études en sciences sociales. Nelle rare pause si “diverte” a tradurre il latino: «Mi piace molto. Sto rileggendo i “Fasti” di Ovidio».

In Italia è appena uscito, per Cortina, il suo Abbiamo ancora bisogno della storia?, sottotitolo: “Il senso del passato nel mondo globalizzato”. A cosa serve ormai la storia?

Parto dalla mia esperienza diretta. E in realtà mi chiedo: quale tipo di storia insegnare a studenti così diversi come gli americani, i brasiliani e i francesi? Quale passato devono conoscere per capire il loro presente?

La sua risposta?

Prendiamo un caso specifico. Sono appena rientrato da Belém. L’Amazzonia si ritrova oggi perlopiù nelle mani dei cinesi. Comprano il petrolio, i terreni, sono loro i container al porto della città. Stanno costruendo un’immensa linea ferroviaria che attraverserà l’intera Amazzonia. Agli studenti non bisogna più raccontare solo il Brasile e l’America latina, ma anche chi sono i cinesi. Devono capire da chi stanno per essere mangiati.

E in Francia?

Sulla scia degli attentati scatenati dai giovani jihadisti, un adolescente deve sapere cos’è l’islam, cosa sta succedendo in Medio Oriente e come si è arrivati a tutto questo: sì, perché gli inglesi e i francesi nel 1917 si sono divisi il Medio Oriente, creando delle frontiere artificiali. I docenti devono mettere insieme pezzi di storia utili ai giovani per guardare con un occhio più critico e cosciente al mondo che li circonda.

Quindi “storia globale”, ma non la stessa per tutti…

Esattamente. Quando si fa “storia globale”, si deve sempre partire da quella locale. Sono nato a Tourcoing, nel Nord. E lì vicino, in un liceo a Roubaix, ho portato avanti delle sperimentazioni. Quell’area è piena di figli d’immigrati, soprattutto algerini, ma anche marocchini e tunisini. Si può fare una “storia globale” incentrata proprio sull’immigrazione. Nel diciannovesimo secolo i miei antenati polacchi sono venuti lì a lavorare nelle miniere. E poi gli italiani, i cechi. Si può scegliere di insegnare la storia attraverso queste correnti, per poi mostrare che gli immigrati di oggi sono la continuazione dei flussi del passato. Altrove le scelte saranno diverse. Poco tempo fa ho preso un treno locale da Verona a Bergamo: c’erano solo neri che salivano e scendevano. Nell’area i Paesi d’origine di quelle persone devono essere presi in considerazione nell’insegnamento della storia.

Lei è specialista della colonizzazione del Messico dal sedicesimo al diciottesimo secolo. Quegli studi le hanno insegnato qualcosa sulla globalizzazione di oggi?

Sì. Volevo sapere come gli indigeni hanno reagito alla colonizzazione europea: non tanto per studiare il loro vissuto, ma per capire i meccanismi dell’occidentalizzazione. Che cosa significa, ad esempio, obbligare una popolazione a passare alla scrittura alfabetica? Cosa vuol dire, attraverso la Chiesa cattolica, ridefinire i ruoli dell’uomo, della donna e della famiglia? È stata la prima volta che l’Europa si è esportata sulla scala di un continente. Diventa interessante per capire la globalizzazione di oggi.

Lei si è soffermato anche sul “meticciato”…

Sì, ma al di là di quello biologico, su quello culturale e soprattutto sociale: in Messico c’è stato questo movimento di occidentalizzazione e si sono verificate sia resistenze che forme di appropriazione. Vedere come ha funzionato in quei secoli rimanda all’Europa di oggi: come si integrano gli altri alla cultura europea?

Quale storia insegnare, ma anche come insegnare la storia. Cosa ne pensa della moda delle serie televisive con soggetti storici?

Quella più riuscita è “Roma”. Nei dvd c’è anche un background storico disponibile: si spiegano diversi elementi dell’antichità, dal foro alle terme. Per insegnare la storia si dovrebbero usare di più questi strumenti ma la qualità delle serie tv non è soddisfacente. I problemi non vengono solo dai produttori ma anche dai docenti universitari, che non hanno la sensibilità necessaria per collaborare a questi progetti. Tanti dei miei colleghi non vanno al cinema e non guardano mai la tv. Non hanno mai visto il “Trono di spade”: non ha alcun valore storico ma è un capolavoro nel suo genere. Mostra la forza che può avere quello strumento.

Del manga “Thermae Romae” di Mari Yamazaki, anche quello a sfondo storico, cosa ne pensa?

Lo conosco bene. Un architetto dell’antichità, che concepisce le terme, si ritrova d’un tratto nel Giappone di oggi e apprende lì una serie d’invenzioni, che introdurrà poi nella Roma imperiale, ottenendo grande successo. Sembra dire che la grandezza della Roma antica si deve alla società nipponica contemporanea. Non è un esempio positivo. Va bene uscire dall’eurocentrismo, ma non per salire su un treno guidato dai giapponesi.


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