Ma che Storia ci raccontiamo

Ladruncoli, volpi e oche: homo ludens nei secoli

Rivivere la storia gettando un dado, muovendo pedine su una scacchiera disegnata sulla pietra e sfogliando papiri e manoscritti per ipotizzare regolamenti di cui si è persa la memoria. In una millenaria ludoteca in cui sbizzarrirsi con la tavola reale di Ur, il tris, il gioco dalla Volpe e le oche, gli astragali o il Ludus latrunculorum. Pirografo e seghetta, pelle grezza e pasta di vetro, cera d’api e sambuco: eccoli gli attrezzi da lavoro di Monica Silvestri, 43 anni, archeologa di Viterbo che ha scelto di trasmettere le meraviglia del passato attraverso tavolieri e scacchiere.

Coniando per sé la qualifica di “Acheoludologa” e dando vita al progetto “Ludus in tabula”, per la ricerca e la costruzione dei giochi conosciuti da sumeri, egizi, greci e romani, inoltrandosi fino ai passatempi medievali. «L’incontro fatale è venuto durante l’università mentre svolgevo un’attività di archeologia sperimentale – spiega – Lì mi sono trovato tra le mani una “Tabula” realizzata seguendo le tecniche originali: un percorso rettangolare inciso nella pelle e 15 pedine bianche e 15 pedine nere pronte a sfidarsi. Una sorta di antesignano del più noto Backgammon. In quell’istante ho capito che studiare i giochi significava entrare nella quotidianità di quei popoli, immergersi in una dimensione che era il centro dell’aggregazione sociale. Capire come giocano le persone permette di respirare quel determinato contesto storico».

Conoscere e connettere le piccole cose: per Monica è questo il ruolo dell’archeologo, e il suo fascino per la pietra dura e ruvida la porta su un gradino della basilica Giulia, nel cuore dei Fori romani. Tra quei resti ricorda di aver visto il frammento di una scacchiera: si tratta del Ludus latrunculorum, il gioco dei soldati mercenari. Nasce quindi l’idea di mappare tutti i Fori, alla ricerca delle tracce ludiche del passato: la tesi di laurea diventa un catalogo delle tavole lusorie, con una sessantina di reperti censiti. «Non era sufficiente individuare i luoghi del gioco, quello che m’interessava era non disperdere il patrimonio dei regolamenti, alcuni dei quali totalmente ignoti. Incrociando dati, documenti, antichi testi e testimonianze iconografiche ho tentato quindi di reimparare tutti i giochi.

Per far questo sono andata anche indietro nel secoli, fino ai sumeri e agli egizi, in modo da evidenziare e valutare similitudini ed analogie». E, fedele ai dettami dell’archeologia sperimentale, Monica ha applicato le proprie conoscenze per riprodurre i singoli giochi utilizzando materiali, attrezzi e tecniche dell’epoca. Ore e ore di laboratorio, con pazienza e costanza, per incidere, tagliare, pitturare legni e pelli, pietre e vetri. Senza fretta, prendendosi il tempo di immaginare i rumori, i suoni e gli odori di epoche remote, viaggiando nella storia tra dadi e pedine. Oggi sono ben 24 i giochi recuperati: un prezioso tesoro che Monica mette a disposizione per la didattica, nelle scuole e nelle feste di paese, nelle associazioni e nei campi estivi. «Quando i bambini possono toccare, sperimentare e costruire capiscono cosa significhi essere in “quel tempo”. La storia che si può raccontare attraverso il gioco è la storia di persone, di quotidianità, di luoghi e di materiali. Entro in connessione con un’epoca che non è la mia, ma la capisco e la condivido: insomma, apprendo vivendo». In queste settimane l’archeoludologa sta ultimando la fabbricazione del “Gioco delle 20 caselle” o “Tao egiziano”, un gioco di percorso e strategia, che si andrà ad aggiungere alla collezione. «Fin da bambina ero appassionata a tutto ciò che percepivo derivante dal passato. Sentivo che dietro ad ogni oggetto c’erano un popolo e delle storie affascinanti. Con i miei giochi vorrei solo questo: far risuonare la vitalità di chi ci ha preceduto».


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