ma che storia ci raccontiamo

La storia si fa anche a colpi di mappe

Solitamente pensiamo a una carta geografica come a una rappresentazione esatta dei territori raffigurati, disattivando qualsiasi ulteriore riflessione in merito a possibili altre considerazioni. Ma la mappa che abbiamo scelto per parlarvi della mostra “La geografia serve a fare la guerra?” non passa inosservata o, quantomeno, incuriosisce. È intitolata “Veduta d’Italia” e risale al 1853, quasi un decennio prima dell’unità politica nazionale. Il gesto rivoluzionario dell’anonimo cartografo arriva, ancora oggi, dritto nel segno prefissato. Ponendo il Sud in alto si innesca nel lettore un’altra visione, un altro punto di vista da cui guardare il mondo ed è proprio questa una delle peculiarità della geografia, quella di organizzare e facilitare la comprensione del mondo, il rapporto tra i luoghi, le comunità insediate e gli ambienti geofisici.

La Veduta d’Italia, così come ogni mappa, è una macchina narrativa, un dispositivo tecnico e culturale in grado di comunicare e addirittura reificare, vale a dire rendere concreti concetti astratti come l’idea di nazione. Il nostro cartografo confeziona un’immagine apparentemente neutra della penisola, protetta dalle Alpi e protesa nel Mediterraneo così come è “oggettivamente” leggibile nella geografia fisica, senza alcun riferimento a suddivisioni politiche, come se la natura avesse “naturalmente” disegnato i confini. Ma la natura non può essere consapevole di determinare un limes, una demarcazione; in natura non esiste discontinuità ed è sempre e solo l’uomo a decidere, arbitrariamente, di dividere un fiume longitudinalmente o di usare lo spartiacque alpino per differenziare un “noi” da un “loro”. Lo storico Gaetano Salvemini e il geografo Carlo Maranelli dibattendo sulla questione adriatica nel 1918 sentenziarono: «Non esistono confini politici naturali, perché tutti i confini politici sono artificiali, cioè creati dalla coscienza e dalla volontà dell’uomo». Tuttavia la Veduta d’Italia proclama esattamente il contrario e delinea non solo il “confine naturale” alpino, ma accoglie i desiderata dell’establishment politico-militare sabaudo: i territori alto atesini, giuliani, istriani e dàlmati, la Corsica e Nizza, fino a rivendicare, laggiù in fondo, con due toponimi, Malta e Tunisi.

Vittorio Emanuele III nel proclama diramato il 24 maggio 1915 si indirizzò ai soldati con queste parole: «A voi la gloria di piantare il tricolore d’Italia sui termini sacri che la natura pose ai confini della Patria nostra», convocando l’elemento naturale a testimone delle irrinunciabili pretese nazionali. “La geografia serve a fare la guerra?” è una mostra che intende proporre al visitatore un percorso articolato tra mappe e opere d’arte, sottolineando l’importanza di quel punto interrogativo che regge un intero progetto scientifico. Le carte da guerra usano i territori secondo le geografie degli stati maggiori e hanno bisogno di nuovi simboli per impossessarsi dei luoghi e modificarne l’uso. Ma basta cambiare il punto di vista, come solitamente fanno gli artisti, per stabilire un nuovo dialogo con l’immagine del mondo, basta uscire dalla ristretta visione locale, per attivare un rapporto emozionale, percettivo e cognitivo, più profondo con i luoghi. Senza geografia le guerre non sarebbero immaginabili, ma a fare la guerra è sempre l’uomo che per raggiungere i suoi obiettivi è disposto a utilizzare tutti i saperi disponibili, quindi non solo la geografia ma anche la fisica, la chimica, la geometria, la matematica, l’antropologia, la linguistica, la storia…


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