ma che storia ci raccontiamo

Il senso del tempo si è rovesciato ma nella Rete c’è la memoria di tutto

Viviamo il momento presente come uno stato di istantaneità comunicativa: ci raccontiamo in diretta su Facebook Live e Snapchat, condividiamo immagini del quotidiano più ordinario su Instagram, cerchiamo il senso dell’attualità scorrendo la timeline di Twitter. Produciamo, distribuiamo e consumiamo i contenuti online in quantità e ad un ritmo inedito per le generazioni che ci hanno preceduto. E non si tratta soltanto del possibile emergere di una snack culture, del fatto che ci si nutre in modo rapsodico e compulsivo, tra uno spazio di vita e l’altro, di spezzoni di informazioni da consumare in superficie e velocemente. Il cambiamento è più profondo e radicale: riguarda il tempo soggettivo come durata, il tempo come esperienza biografica, che, pur non svanendo, diviene sempre più sensibile alla logica di presentificazione.

Internet e le tecnologie connettive stimolano un tempo puntiforme fatto di istanti presenti, introducono la simultaneità nell’esperienza umana rendendola sensibile ad un senso di prossimità con gli altri. Al contempo annullano le gerarchie fra i diversi ambiti dell’attualità: il senso di rabbia e disperazione collettiva che proviamo condividendo e commentando online la foto di un bambino siriano ferito ad Aleppo si alterna senza soluzione di continuità con un nuovo trending topic che riguarda i webeti.

I nostri profili digitali sono un alternarsi e miscelarsi di immagini di vita personale, commenti a fatti del giorno, condivisioni di news, di video divertenti, ecc. secondo una logica di scorrimento che allontana nella memoria ciò che finisce sempre più in basso nello schermo: i social network oggi, così come i blog ieri, ci hanno abituati a una fruizione che parte sempre dall’ultimo contenuto, come se il libro della nostra vita cominciasse sempre dall’ultima pagina. Ciò che è accaduto in passato è finito oltre lo schermo, disperso nei contenuti più vecchi, invisibile alla memoria.

Che fine faranno quindi i contenuti che condividiamo con continuità, come si connetteranno in futuro con la nostra memoria? In che modo lo scorrere via dagli schermi intacca il senso di questi contenuti?

Ci siamo abituati ad immaginare e pensare la Rete come ad una nostra memoria collettiva esterna, un luogo in cui depositiamo sempre di più le nostre conoscenze e le informazioni sul mondo, ma anche le nostre emozioni ed i ricordi, sotto forme diverse che vanno dalla scrittura alle immagini, agli audiovisivi. Ed è a questo archivio connesso di memorie individuali e collettive, sparse tra siti e social media, blog e aggregatori che ci affidiamo sempre di più sfruttando le proprietà di persistenza e ricercabilità che il digitale ci ha reso familiari. Perché, da una parte, la Rete non dimentica, dall’altra è diventata un deposito che ci aiuta a liberare la nostra memoria diventando un archivio esteso, consultabile in tempo reale accedendo a dati diversi sempre più dai nostri smartphone personali o anche solo attraverso google.

Quello che il rapporto tra memoria e Rete sta costruendo è un diverso modo di ricordare che nasce dalla trasformazione culturale che l’ambiente digitale consente. Ricordiamo così più facilmente come accedere all’informazione che ci serve piuttosto che memorizzarla. È la prospettiva di una memoria transattiva quella che si sta approssimando, in cui l’informazione viene archiviata collettivamente al di fuori di noi, sfruttando logiche collaborative strutturate attorno alle relazioni sociali e alle potenzialità delle tecnologie. Non si tratta di una novità: la dimensione transattiva è la capacità di memorizzare informazioni che ci danno le persone che ci circondano. Amici, colleghi e conoscenti forniscono i tasselli per costruire un archivio che da soli non riusciremmo a completare. Il punto è che oggi a questi si aggiungono gli algoritmi che selezionano – secondo logiche proprie – ciò che dobbiamo ricordare e dimenticare.

Non è un caso che “Accadde oggi” su Facebook proponga spesso alcuni ricordi che forse preferiremmo lasciare all’oblio.

@gba_mm


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