Ma che Storia ci raccontiamo

Ettore nella polvere Saddam al capestro

La storia non siamo noi. La storia sono i nostri resti. Se i nostri resti interessano a qualcuno che sa cosa farsene, allora diventano reperti e i reperti archivi e gli archivi sono lì perché siano sondati e studiati per estrarne la storia. Per storia è inteso solitamente la VERITÀ su ciò che è stato, il fatto che la VERITÀ non è una qualità della materia ma un quesito tuttora irrisolto della metafisica, genera qualche contraddizione con la natura essenzialmente materiale dei nostri resti. Il più delle volte sono grandi e insanabili contraddizioni. Noi invece siamo le storie. Noi siamo vite che vivendo si fanno storie. Le nostre storie non hanno a che fare con la VERITÀ, ognuna di loro ha la sua verità e infinite verità non sono altro che la realtà, semplicemente quella. La realtà è complicata, fluida e qualche volta persino ingannevole, ma mettere mano alla realtà è sempre meno pericoloso che mettere mano alla VERITÀ.

Come c’è chi si dedica a raccogliere i nostri resti, così c’è chi racconta per noi le nostre vite, e allora noi siamo L’Iliade, siamo il Copperfield, siamo il Furore, diventiamo qualcosa di così grande da sovrastare qualunque richiesta di verità. Nel racconto di Ettore atterrato nella polvere non c’è la verità riconosciuta nell’immagine di Saddam appeso al capestro, ma è infinitamente più reale di quella, e infatti ci ricordiamo dell’uno e non dell’altro.

Per questo, privata delle nostre vite senza VERITÀ la storia è senza ragione, inumana, una sterminata galleria di ossari. Così, se non vogliamo vivere per niente dobbiamo prendere e forzare gli archivi e inondarli con le nostre storie senza verità. E in questo modo le cose funzionano, non sapremo mai tutto di ciò che è veramente stato, ma ne sappiamo abbastanza per non soffocare nel mare di ossa che ci siamo lasciati alle spalle del nostro presente.


[Numero: 51]