ma che storia ci raccontiamo

Abbiamo bisogno di “cuori pensanti” per ascoltare le microstorie private e superare le falsificazioni pubbliche

Spazziamo via gli equivoci. Siamo a tal punto, noi umani, esseri storici incardinati nel passato, da esso plasmati, che la domanda è piuttosto: di quale storia abbiamo bisogno noi, oggi? E bisognerebbe porla con la furia di Nietzsche quando si scagliava contro il «deserto accumulato delle cose apprese che non agiscono all’esterno, dell’erudizione che non diventa vita», con l’acume visionario di Benjamin, che nella bufera del 1939-1940 satireggiava il “bordello dello storicismo”. In tempi più recenti, la migliore diagnosi l’ho trovata nelle pagine di Zakhor, bel saggio sulla dialettica tra storia e memoria (ebraica ma non solo), in cui lo storico Yerushalmi delinea i limiti di una storiografia che non nutre più alcuna aspirazione alla “memorabilità” - parola con cui benedice l’opera capace di entrare nella coscienza dei lettori e lasciarvi una traccia - ma si è invece autosegregata nelle università, e prolifera perché gli studiosi “devono pubblicare”, a prescindere, per guadagnare titoli, garantirsi posti, ottenere fondi, e un argomento vale l’altro: «l’impresa è diventata faustiana e titanica - scrive - sembra generarsi mostruosamente da sé e rivolgersi solo a se stessa».

Ma la fame di senso, e quindi – anche se molti non sono in grado di percepirla in questi termini - anche di “storia memorabile”, è enorme. Per fortuna, a prendere di petto il problema sono arrivate le felici sperimentazioni della letteratura non fiction. Il capitano coraggioso che guida la spedizione in questo territorio fecondo, tutto da esplorare, è lo spagnolo Javier Cercas. Romanziere, quando s’è trattato di fare i conti con le ferite della storia contemporanea della Spagna, si è reso conto che serviva qualcosa di diverso. «Gli dei hanno tenuto nascosto ciò che spinge gli uomini a vivere»: con questi versi di Esiodo come stella polare, in Soldati di Salamina s’interroga sul mistero di una scelta inspiegabile nel cuore cruento della Guerra civile, mescolando ricostruzione storica e autofiction, creando una specie di “Otto e mezzo” letterario. Cestina un romanzo sul tentato golpe Tejero del 1981 perché l’evento possedeva già «tutta la forza drammatica e il potenziale simbolico che esigiamo dalla letteratura», scrive, ma ancor più perché la ricostruzione dei fatti risultava ancora per molti versi inestricabile e «la realtà mi importava troppo per volerla reinventare». L’urgenza è acuita dalla percezione di quanto la narrazione televisiva contamini di irrealtà tutti gli avvenimenti che passano nel suo tritacarne. Dal corpo a corpo dello scrittore con i documenti, le testimonianze contrastanti, le varie tesi storiografiche e gli usi e abusi pubblici della storia nasce Anatomia di un istante: un capolavoro. Con L’impostore, infine, mette le mani nell’ipocrisia del politicamente corretto che ammorba la retorica della memoria. Con questi libri, Cercas ha venduto milioni di copie in tutto il mondo: premiato dall’aver saputo riconoscere e affrontare con somma onestà la profonda domanda di storia e di senso. Altri autori hanno affrontato sfide analoghe: Il progetto Lazarus, splendido pastiche di Aleksandar Hemon, HHhH di Laurence Binet. Io stessa ho scelto Cercas come mentore ideale per addentrarmi nel labirinto della strage di Brescia del 1974. Una stella incoronata di buio mescola ricostruzione storica, racconto corale delle microstorie, esplorazione dei traumi individuali e collettivi, delle fratture e falsificazioni nel discorso pubblico. Mi ha guidato l’urgenza di far sentire ai lettori fino a che punto siamo tutti immersi nel fiume fangoso e turbolento di quella storia, della Storia, e, se ne prendiamo coscienza, quelle stesse acque che rischiano di travolgerci possono essere un sostegno potente. Non siamo soli. Noi siamo di ieri e non sappiamo, sta scritto nel libro di Giobbe, interroga dunque le precedenti generazioni, ti istruiranno, ti parleranno e trarrai parole dai loro cuori. Credo sia una verità profonda.

Credo che la storia, come le altre scelte umane, abbia molto bisogno di “cuori pensanti” (prendo in prestito una felice espressione coniata dalla filosofa Laura Boella) capaci di dare voce alla domanda di senso e tenerla come bussola per navigare tra le faglie e i conflitti del passato, cercando di ricostruirlo con il rigore e l’onestà che scaturiscono da una passione sincera.


[Numero: 51]