Cosa ci resta di Obama

Otto anni turbolenti, non perfetti ma abbiamo lavorato per giustizia e uguaglianza

Il presidente Barack Obama lascia a gennaio la Casa Bianca, con alle spalle una curiosa eredità. Lo spettacolo penoso della rissa tra Hillary Clinton, democratica, e Donald Trump, repubblicano, fa lievitare in extremis il consenso del giovane leader afroamericano che fece sognare con le sue promesse di unità, America e mondo, ricevendo un acerbo Nobel per la pace. L’eredità di Obama è controversa, la nazione più divisa che mai, gli alleati più diffidenti, i nemici più aggressivi. Che presidente è stato Obama? Tra i tanti bilanci, il più bizzarro ed emotivo è venuto a New York, al riservato Council on Foreign Relations, da un botta e risposta del vicepresidente Joe Biden sui suoi otto anni alla Casa Bianca con “Barack”. Eccone, su Origami, una sintesi.

«Sembrate un plotone di esecuzione, avrò fatto bene a venire col vostro presidente Richard Haass?» esordisce Biden e Haass, ex Dipartimento di Stato con Bush padre, ride «Parliamo da trenta anni di politica estera, cioè tu parli, io ascolto», e Biden sarcastico «Hai imparato un sacco, se non hai ascoltato». Sorridendo, i modi affabili da ex senatore, eletto nel 1973 a soli 41 anni, Biden prova, davanti alla scettica platea di studiosi, finanzieri di Wall Street, miliardari, a difendere il suo “boss”, Obama. Haass parte, lo incalza su Siria e Putin, i due scacchi della politica Usa, con la Cina aggressiva sul Mar Cinese Meridionale, rotta strategica dei commerci mondiali. Biden la prende larga «Noi avevamo l’esercito più forte al mondo, da soli spendiamo per la difesa più di ogni altro paese, ma poi non riusciamo a imporci contro il terrorismo, la guerra asimmetrica ci mette nell’angolo. Amici e nemici non capivano più, e lo dico senza criticare i nostri predecessori (G.W. Bush, ndr), che esempio noi americani volessimo dare».

Biden sembra convinto - davvero - che quel dubbio oggi sia fugato, tra europei e giapponesi, come tra russi e cinesi, ma la platea della palazzina all’incrocio tra la 68th Street e Park Avenue, dove vengono custoditi gli originali degli articoli con cui il diplomatico George Kennan stese la strategia per vincere la Guerra Fredda, diffida. Con bonomia Biden finge di non accorgersene: «C’è qui mia sorella Valerie, manager di tutte le mie campagne, lei ricorda cosa diceva nostro padre, “Se tutto conta allo stesso modo per te, nulla conta ok?” e quindi con Obama ci siamo dati delle priorità. La prima che l’Asia fosse ormai più strategica per noi del Medio Oriente e che mobilitare grandi sforzi militari in quell’area non risolve, purtroppo, nessun problema, e ci costa mille miliardi di dollari per nulla. Quanto alle sanzioni contro Putin dopo Ucraina e Crimea occorre tenere insieme Germania e Francia e, fino a un certo punto, anche l’Italia. Per ora ci siamo riusciti».

Il dubbio è nell’aria e Haass lo raccoglie, «Non sarà che Bush ha puntato troppo sulla forza militare e Obama troppo poco?». Joe Biden si fa cauto, «Hey, sono ancora vicepresidente no? Non sono un fanatico degli ultimatum, non mi piace dire - come in Siria -, o fate questo o attacchiamo, bisogna sempre tenere conto di almeno tre o quattro altre opzioni. La Siria è più complicata dell’Iraq, ci sono sunniti e sciiti nell’area, e alawiti, è una nazione tenuta insieme dalla paura e dal bubble gum, le nostre bombe avrebbero distrutto Humpty Dumpty e poi, come in Alice nel Paese delle Meraviglie, non ci sarebbe stato più modo di metterlo insieme. Ricordiamoci del Vietnam, nessuno può seguire una linea se il popolo americano non è d’accordo».

Da lì Joe Biden passa a ragionare di libero commercio, i trattati con i paesi asiatici del Pacifico Tpp e con gli europei Ttip, dice ancora di sperare che il primo possa essere approvato prima del nuovo presidente, poi insiste che senza ok degli americani - e sia Trump che Clinton sono neoprotezionisti- non ci sarà accordo. Biden si sgola a giustificare le sconfitte di Obama in questo clima di scontento, soprattutto tra ex impiegati e operai, maschi bianchi, base di Trump. «La globalizzazione non è stata solo un successo, mancano investimenti, il solare crea più lavori dell’informatica, ma chi addestra i lavoratori? Le aziende pensano ai profitti a tre mesi, chi investe nella crescita? Non basta lo stato, dove sono i privati?». E a chi gli chiede della controversa riforma sanitaria di Obama, Biden con umiltà ne ammette i punti poco chiari e alza il tiro, vecchio militante democratico, «Però grazie a noi i padri di famiglia non devono più temere un cancro o un infarto che rovinino la famiglia, dormono tranquilli la notte».

Insomma per Joe Biden otto anni turbolenti, non perfetti, non perduti. A chi gli chiede perché non si sia candidato al posto di Hillary dice solo, «Volevo correre, poi è morto mio figlio Beau e una parte della mia anima è volata con lui, per fare il presidente americano vi serve intera. La fede cattolica mi ha aiutato, sono figlio di Giovanni XXIII, finalmente abbiamo in Francesco un grande Papa, non sono spirituale come mia moglie, ma alla fine, quando guardo alla mia vita e agli anni con Obama penso che quel che ho fatto, per la giustizia e l’uguaglianza, me l’ha insegnato la Chiesa da bambino».


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