cosa ci resta di obama

Il pregiudizio sul “nerino”

Mia suocera la Pina chiamava quel pezzo d’uomo del presidente degli Stati Uniti “nerino”, lo vedeva alla televisione e diceva: ah quel nerino lì, chissà se fa bene. Diceva “nerino” anche del senegalese del posteggio e del marocchino dei carrelli dell’Ipercoop; pensava, donna pratica, che il diminutivo vezzeggiativo la preservasse dalle aggressioni antirazziste delle figlie e dei nipoti. In effetti la cosa funzionava e non funzionava; qualche volta, ma non sempre, figlie e nipoti ci ridevano su, dipendeva se erano in vena di interpretare il diminutivo come vezzeggiante o il vezzeggiativo come diminuente, non propriamente una questione di lana caprina. Comunque sia, con quel “nerino” la Pina aveva segnato un destino presidenziale: qualunque cosa avesse combinato, quanto bene avrebbe potuto mai fare il presidente nerino? Certo, la Pina non conta niente di niente nello scacchiere internazionale, neanche a moltiplicarla per diversi milioni, ma riguardo alla tentazione di fare del presidente degli Stati Uniti il nerino diventato presidente non sono sicuro al cento per cento neanche di me stesso, per non parlare di quell’assemblea di luterani tutti d’un pezzo del parlamento norvegese che gli ha messo tra le mani il Nobel per la pace, a venire, con la stessa maldestra rapidità con cui la Pina ficcava l’euretto in mano al nerino del parcheggio. Magari quell’uomo è stato un gran presidente, ma non si è riuscito neanche a distinguerlo bene tra i fumi vezzeggianti e diminuenti del pregiudizio antirazziale delle brave persone di tutto il pianeta. Io per me resto con questo gran dubbio, che il più bello slogan dell’ultimo secolo non sia che la replica dell’esaltato, folle e catastrofico SI PUÒ FARE del dottor Frankenstin nella disincantata versione Junior del mai abbastanza compianto Gene Wilder.


[Numero: 50]