cosa ci resta di obama

Il grande compito che ci è dinnanzi

Or sono sedici lustri e sette anni che i nostri avi costruirono su questo continente una nuova nazione, concepita nella Libertà e votata al principio che tutti gli uomini sono stati creati uguali. Oggi siamo impegnati in una grande guerra civile, la quale proverà se quella nazione, o ogni altra nazione così concepita e così votata, possa perdurare a lungo. Oggi siamo raccolti su un grande campo di battaglia di quella guerra. Siamo venuti a destinare una parte di quel campo a luogo di ultimo riposo per coloro che qui dettero la loro vita, perché quella nazione potesse vivere. È del tutto giusto e appropriato. Ma, in un senso più ampio, noi non possiamo inaugurare, non possiamo consacrare, non possiamo santificare questo suolo. Lo hanno consacrato, ben al di là del nostro piccolo potere di aggiungere o portar via alcunché, gli uomini coraggiosi, vivi e morti, che qui combatterono. Il mondo noterà appena, né a lungo ricorderà, ciò che qui diciamo, ma mai potrà dimenticare ciò che essi qui fecero. Sta a noi viventi, piuttosto, il votarci qui al lavoro incompiuto, finora così nobilmente portato avanti da coloro che qui combatterono. Sta piuttosto a noi il votarci qui al grande compito che ci è dinnanzi: che da questi morti onorati ci venga un’accresciuta devozione a quella causa per la quale essi diedero, della devozione, l’ultima piena misura; che noi qui solennemente si prometta che questi morti non sono morti invano; che questa nazione, guidata da Dio, abbia una rinascita di libertà; e che l’idea di un governo del popolo, dal popolo, per il popolo, non abbia a perire dalla terra.

I have a dream

Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.

Martin Luther King, 28 agosto 1963, Washington

A more perfect Union

“We the people, in order to form a more perfect union.”

Duecentoventun anni fa, in una sala che esiste ancora accanto alla strada, un gruppo di uomini si riunì e, con queste semplici parole, diede vita all’improbabile esperimento della democrazia americana. Contadini e professori, uomini di stato e patrioti che avevano attraversato l’oceano per fuggire tirannia e persecuzione realizzarono finalmente la loro dichiarazione d’indipendenza a Philadelphia in una convention che attraversò la primavera del 1787. Il documento cui diedero vita fu firmato ma rimase incompleto. Macchiato dalla schiavitù, peccato originale di questo Paese. [...]

Questo è il punto in cui ci troviamo oggi. Uno stallo dal punto di vista razziale in cui siamo bloccati da anni. Non sono mai stato così naive da pensare che le ferite razziali potessero essere superate nella durata di un solo ciclo elettorale o con un’unica candidatura. Ma ho affermato una solida convinzione - radicata nella mia fede in Dio e nel Popolo americano - che lavorando insieme possiamo superare alcune delle nostre ferite razziali e che in realtà non abbiamo scelta se n on quella di continuare sulla strada di un’unione più perfetta.

Barack H. Obama,18 marzo 2008


[Numero: 50]