cosa ci resta di obama

Ha fatto più per uccelli e pesci che per gli esseri umani

Gay Talese scuote la testa sconsolato: «Niente, la mia vita sta finendo, e non riuscirò più a vedere l’America che ristabilisce la sua reputazione nel mondo. Un’America amata, di cui andare orgogliosi, come quando ero ragazzo».

Tutto è cominciato con una semplice domanda, posta allo scrittore che ha raccontato oltre mezzo secolo di Stati Uniti col suo “New Journalism”: cosa resterà di Barack Obama, quando uscirà dalla Casa Bianca?

Tristezza, delusione, depressione. L’ho votato due volte, perché pensavo che fosse l’uomo nuovo, con le qualità giuste per ricostruire l’immagine degli Stati Uniti nel mondo. Figlio di un africano e di una donna bianca, che poi era andata a vivere con lui in Asia. Cresciuto alle Hawaii con i nonni del Kansas, cuore geografico dell’America. Nelle sue vene scorreva quel sangue internazionale che mancava a tanti altri presidenti, da Lyndon Johnson a George Bush, con lo sguardo troppo chiuso nei nostri confini. Educato, eloquente, istruito, un gentiluomo con alti valori morali. Ci aveva dato la speranza di essere il leader trasformativo, che avrebbe cambiato il paese e inaugurato una nuova epoca di diplomazia e pace. Ora la sua presidenza sta finendo, e noi che lo abbiamo sostenuto dobbiamo ammettere che ha fallito. Io ero e resto democratico, e continuo a stimare Obama come persona, ma non sarà ricordato come un grande presidente.

Qual è l’America di cui lei ha nostalgia, e sperava di rivedere?

Negli anni Cinquanta, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, io ero soldato nelle forze armate. Mi schierarono prima in Germania e poi in Italia, il Paese da cui era emigrato mio padre calabrese all’epoca del fascismo. Tutti ci volevano bene, tutti amavano gli Usa. Eravamo una forza positiva nel mondo, e andare in giro con la divisa era un orgoglio.

Perché quell’America è finita?

Abbiamo deciso di intervenire ovunque, imporre i nostri interessi, stabilire chi è buono e chi è cattivo.

Proviamo a fare un bilancio per temi. Come giudica la politica estera di Obama?

Durante la campagna elettorale aveva promesso un mutamento di strategia che non è mai avvenuto. All’inizio abbiamo appoggiato la primavera araba, ma poi non abbiamo avuto il coraggio di andare fino in fondo. Abbiamo lasciato cadere Mubarak in Egitto, però abbiamo consentito il colpo di stato del generale Al Sisi che ha messo in prigione il presidente eletto Morsi. In Libia invece abbiamo rovesciato Gheddafi, che aveva cominciato a collaborare, e ora c’è il caos. In Siria, poi, è stato un disastro, con migliaia di vittime e la Russia che adesso comanda.

Obama doveva invadere?

No, il contrario: doveva restarne fuori. Perché ammazziamo Gheddafi e abbracciamo Sisi? Perché dialoghiamo con un dittatore come il presidente cinese Xi, o l’Arabia che ci bombardò l’11 settembre, e stabiliamo che Assad è cattivo e va abbattuto?.

Non salva nulla della politica estera di Obama?

L’accordo con Cuba. Anche quello nucleare con l’Iran era promettente, ma in realtà abbiamo imbrogliato Teheran, anche se i critici di Obama dicono che è favorevole agli ayatollah. Non è riuscito neppure a chiudere Guantanamo, e ora persino le Filippine ci insultano e passano con la Cina.

Sull’ambiente ha ottenuto l’accordo sul riscaldamento globale.

Appunto: ha fatto di più per gli uccelli e i pesci, che per gli esseri umani.

Ha ereditato da Bush la peggior recessione dopo la Grande Depressione: non ha salvato gli Usa dal disastro economico?

Ma la vedete l’insoddisfazione della gente nelle strade? Gli americani della classe media faticano ad arrivare alla fine del mese.

La riforma sanitaria non li ha aiutati?

No. Molta gente deve ancora decidere se mangiare, o andare dal medico.

A proposito della gente nelle strade, si tratta soprattutto di neri che protestano per le violenze della polizia. Come lascia le relazione razziali, il primo presidente nero?

La sua eredità sarà il movimento “Black Lives Matter”, ma vi rendete conto? E la vita di Barack ha contato? All’epoca di Martin Luther King, io andai a raccontare la marcia di Selma: bene, oggi l’Alabama di George Wallace sembra un paradiso per i neri, rispetto alla Chicago di Obama e del sindaco Emanuel, suo capo di gabinetto alla Casa Bianca.

Perché ha fallito sulle questioni razziali?

Due ragioni. La prima è che non viene dal ghetto: è nero, però le sue radici non sono a Watts e Harlem, ma ad Harvard. Non ha idea di quali siano i veri problemi degli afro americani e come risolverli. La seconda ragione è che era ostaggio di se stesso: essendo il primo presidente nero, non poteva apparire come il presidente dei neri.

Oltre alla razza, perché Obama non ha mantenuto le sue promesse?

Il primo motivo forse è il peso della presidenza. Una volta entrato nell’Ufficio Ovale non ha più avuto la forza, o la libertà, di essere la persona che era in campagna elettorale, e realizzare i suoi programmi. Non è inusuale, è capitato a molti prima di lui. Il secondo è che forse non aveva le idee e le capacità necessarie: sapeva fare l’organizzatore delle comunità a Chicago, ma organizzare gli Stati Uniti è un discorso diverso.

Dopo la sua elezione il leader repubblicano al Senato, McConnell, ha detto che la propria missione era farlo fallire. L’ostruzionismo dell’opposizione non lo ha deragliato?

Certo, ma è una giustificazione che non può usare, perché nel clima partitico e divisivo di oggi vale per tutti i presidenti. Forse ha mancato anche nella comunicazione del suo progetto.

L’ascesa di Donald Trump è un effetto del suo fallimento?

È la reazione delle classi bianche più basse, che sentono di perdere il controllo dell’America. Ma non so chi è peggio, fra Trump e Clinton. Hillary è stata parte di tutti gli errori commessi negli ultimi anni, ed è più falco di Donald.

Chi voterà l’8 novembre?

Non so nemmeno se andrò a votare. Per scegliere fra due diavoli? Ma forse è quello che ci meritiamo; forse questa orribile campagna elettorale ci spingerà davvero a cambiare.

* Gay Talese, classe 1932, è un giornalista e scrittore statunitense di origine italiane. Con i suoi articoli per il New York Times (dove iniziò a lavorare nel 1953) ed Esquire ha contribuito a fondare un nuovo genere di giornalismo dallo stampo letterario, il “New Journalism”. Ha scritto su Joe DiMaggio e su Frank Sinatra. Con Honor thy father , 1971, Talese ha descritto l’ascesa e il declino del boss mafioso Joseph Bonanno (Onora il padre, Rizzoli, 2011).


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