Cosa ci resta di Obama

Grande carisma ma piccolo governo

Barack Obama è “nato” personaggio storico. Prima ancora di aver preso una decisione come 44esimo Presidente degli Stati Uniti, prima della riforma sanitaria “Obamacare” e prima di dare l’ordine di uccidere Osama bin Laden, l’ ex-attivista/avvocato di Chicago era già parte integrante della storia USA.

Successe la notte del 4 Novembre del 2008, quando il giovane Senatore senza tanta esperienza politica accettò per la prima volta di guidare l’ultima superpotenza mondiale. Ricordo quel discorso di fronte a migliaia di persone nel Grant Park di Chicago, e a milioni incollati alla televisione, come se fosse ieri.

«Se c’è qualcuno che ancora dubita che l’America è un paese dove tutto è possibile; che ancora si chiede se il sogno dei padri fondatori è ancora vivo; che non crede nel potere della nostra democrazia. Oggi avete tutti avuto la risposta», disse Obama coi toni baritonali del grande oratore, a metà tra pastore battista e legale d’assalto. Rileggere o rivedere quel discorso senza farsi venire i brividi è un’impresa sovrumana.

“Yes, we can.” “Noi possiamo.” Era lo slogan geniale della campagna di Obama e divenne il simbolo di una rivoluzione sociale e razziale che portò il primo presidente di colore alla Casa Bianca. Un signore il cui nome completo è Barack Hussein Obama divenne il capo del paese della Guerra Civile, della schiavitù, di Rosa Parks sull’autobus e dell’assassinio di Martin Luther King. Un evento storico per un personaggio storico.

Ma con l’elezione (e la rielezione nel 2012) arrivò anche l’onere di governare un paese-Continente in preda alla recessione scaturita dalla crisi finanziaria, indebolito sul fronte internazionale e alle prese con cambiamenti sociali di enormi proporzioni.

Il paradosso di Obama è che, nonostante il valore storico della sua presidenza, le sue grandissime capacità oratorie e il suo indiscutibile carisma, ha scelto un governo con la “g” minuscola, senza proclami magniloquenti, grandi schemi sociali o un’idea preponderante. A differenza di altre grandi figure presidenziali — penso a Franklin Delano Roosevelt, a John Fitzgerald Kennedy o Ronald Reagan — Obama ha scelto l’anti-ideologia del pragmatismo.

Nella “West Wing” di Obama, l’ala ovest della Casa Bianca dove siede la guardia pretoriana dei consiglieri, in pochi parlavano di una “filosofia” governativa come ai tempi di Reagan, Clinton o anche di Bush figlio.

«In questo momento, bisogna fare le cose, non solo parlarne», mi disse uno degli uomini del Presidente, a pochi giorni dal discorso di Grant Park, quando non si sapeva ancora come il paese sarebbe uscito dalla Grande Recessione del 2008-2009.

E allora bisogna giudicare almeno parte dell’eredità degli otto anni di Obama su quello che è riuscito a fare: una contestatissima riforma sanitaria, l’uccisione di bin Laden e una ripresa economica invidiabile, come ha scritto lui stesso per l’Economist la settimana scorsa.

Ma bisogna anche considerare quello che non ha fatto: co-operare con il Congresso per rimarginare il divario tra i vari branchi dello zoo politico americano (che sono molto più numerosi dei due partiti ufficiali); chiudere il divario socio-economico tra chi ha i miliardi e chi fa fatica a sbarcare il lunario; e attenuare, se non proprio eliminare, l’odio razziale che scorre nel sangue del paese come un virus incurabile. E fuori dai confini USA: non essere riuscito ad imporre una “pax americana” sulla pentola a pressione del Medio Oriente.

Problemi oggettivamente difficili ma che sono stati lasciati intatti, o, peggio, esacerbati dalla Presidenza Obama. Quest’ inattività governativa, più la tendenza ad attaccare i banchieri per le loro buste paga, ha fatto sì che Wall Street non sia mai stata tanto amica di Obama. Anche i titani della finanza che lo avevano votato e finanziato oggi si dicono delusi dal fatto che il sogno-Obama non si sia trasformato in realtà.

È stata una presidenza “ristoratrice” ma non “trasformatrice”, come ha detto la scrittrice Miriam Pawel al New York Magazine. Ma non per questo meno storica.

La differenza tra Obama e i vari Kennedy, Roosevelt e Reagan è proprio questa: l’uomo trascende il ruolo perché è il simbolo di qualcosa di molto più grande. Non solo un leader, con i suoi pregi e difetti, ma un sogno, un traguardo, un pollice alzato verso un paese che, per una volta, non si è riflesso nei suoi istinti più beceri e individualisti.

Un paese che si è detto con coraggio: “Yes, we can”.


[Numero: 50]