Cosa ci resta di Obama

Alleato anche del Vietnam per contenere l’aggressività cinese

La politica estera del presidente Barack Obama ha dovuto essere in gran parte reattiva - alle guerre ereditate, alle nuove guerre civili, alle nuove fonti di pressione e di instabilità. Ma nel caso dell’Asia e del Pacifico Obama ha cercato di essere attivo, di impostare lui stesso un’agenda. Il successo di un tale ordine del giorno, però, appare sempre più incerto.

Durante il mandato di George W. Bush, e per via delle crisi aperte in Afghanistan e in Iraq, sembrò che fino al 2008 gli Stati Uniti avessero trascurato l’Asia. I più alti funzionari in carica non erano riusciti a partecipare a vertici importanti, e l’America appariva priva di una strategia coerente di fronte al crescente potere della Cina nella regione. Anche il Giappone, il più fedele alleato degli Stati Uniti, si sentiva trascurato.

Ci è voluto un po’, ma nel 2012 l’amministrazione Obama ha iniziato a dedicarsi al cosiddetto “pivot to Asia”. Il segretario di Stato Hillary Clinton ne è stata la principale artefice, dopo averne esposto i principi in un articolo pubblicato sulla rivista Foreign Policy nel novembre 2011 e intitolato “America, il secolo del Pacifico”. Quindi, se andrà alla Casa Bianca, questa iniziativa politica dovrebbe poter proseguire.

Il “pivot” si è concretizzato principalmente in due direzioni. La prima, e più visibile, ha visto l’aumento delle installazioni militari statunitensi nella regione, compresa l’ Australia, e il via ad esercitazioni navali di alto profilo con molti paesi, tra cui l’India e il Giappone. In seconda istanza sono stati avviati negoziati con 11 paesi della regione, tra cui il Giappone, ma esclusa la Cina, per il “Partenariato Trans-Pacifico”, in sostanza, un accordo di libero scambio che regoli anche gli investimenti e la proprietà intellettuale.

Accanto a queste due iniziative, l’amministrazione Obama ha intensificato gli sforzi per rafforzare la sua rete di alleanze formali e informali nella regione dell’Asia-Pacifico. Dagli Anni ’50 questi rapporti si sono concentrati sul Giappone e la Corea del Sud, ma includono anche stretti legami con Singapore, le Filippine, l’India e persino il vecchio nemico degli Stati Uniti, il Vietnam.

Agli occhi dei cinesi, lo scopo di entrambe le iniziative è il contenimento, la parola coniata negli Anni ’50 per descrivere la politica degli Stati Uniti verso l’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda. L’amministrazione Obama la mette diversamente: l’obiettivo è garantire che gli interessi dell’America e dei suoi amici siano protetti e che nessun singolo paese - leggasi la Cina - riesca a dominare la regione contro la volontà degli altri paesi dell’area, e quindi a dettare le regole del gioco in tema di economia e sicurezza.

In termini di costruzione e rafforzamento delle relazioni, il “pivot” di Obama è stato un successo. Al principale forum annuale della regione per la difesa e la sicurezza, il “Shangri-La Dialogue” ospitato a Singapore da un think-tank britannico, l’Istituto Internazionale per gli Studi Strategici, ogni anno appare più chiaro che l’America è vista come un buon amico e la Cina come una minaccia. Un netto capovolgimento delle diffuse critiche agli Stati Uniti ai tempi dell’amministrazione Bush: la Cina è vista in Asia come pericolosamente unilateralista, mentre l’America si batte per il diritto internazionale e le istituzioni multilaterali.

Il problema è che la Cina ha dalla sua il tempo, e l’economia. A meno che il suo sistema economico e politico non collassino o attraversino un momento difficile, la dipendenza dei vicini asiatici dagli scambi commerciali e dai suoi aiuti e investimenti, è destinata ad aumentare. Così, quando la Cina cerca, come negli ultimi tre anni, di mettere di fronte al fatto compiuto costruendo strutture militari sulle barriere coralline disabitate nel Mar Cinese Meridionale, in violazione del diritto internazionale, c’è poco che i suoi vicini possano o siano disposti a fare per contrastarla.

Gli Stati Uniti hanno cercato di difendere il diritto internazionale, compresa la decisione presa nel luglio 2016 dalla Corte permanente di arbitrato dell’Aja, che ha condannato la Cina per le sue violazioni territoriali in una causa intentata dalle Filippine. Sono stati elogiati per questo e la decisione di mandare le navi da guerra nelle acque contese per proteggere il diritto alla libertà di navigazione ha ricevuto un ampio sostegno.

La Cina, però, ha semplicemente ignorato la decisione della corte. E questo mese ha ricevuto un inaspettato riconoscimento quando Rodrigo Duterte il presidente delle Filippine, il paese che per primo aveva adito le vie legali contro la Cina, improvvisamente si è rivoltato contro gli Stati Uniti, annunciando la fine delle esercitazioni militari e ordinando a tutte le forze statunitensi di lasciare il paese. Evidentemente arrabbiato con gli Stati Uniti, che hanno criticato la brutalità da lui usata per debellare lo spaccio di droga, ha concluso il suo intervento con una frase pungente e simbolica: «Posso sempre rivolgermi alla Cina».

Nel frattempo l’altra iniziativa di Obama, il TPP (Partenariato Trans-Pacifico) è in crisi. La ratifica dell’accordo raggiunto un anno fa, è in stallo al Congresso. A un certo punto il presidente Obama può aver sperato di farla passare durante lo iato tra le presidenziali dell’8 novembre per la nomina del suo successore e il suo insediamento il prossimo gennaio, quando, come si usa dire popolarmente, il Congresso è un’“anatra zoppa”. Ma la feroce ostilità verso gli accordi commerciali è stata una caratteristica importante della campagna elettorale, e anche Hillary Clinton ha finito per schierarsi contro il TPP, che aveva inizialmente sostenuto.

Ciò significa che è probabile che Obama possa lasciare la sua carica con entrambi gli elementi principali del suo “pivot” a rischio di fallimento. Può consolarsi pensando di lasciare le principali relazioni dell’America nella regione - con il Giappone, l’Australia, la Corea del Sud, Singapore e l’India - più forti di come le aveva trovate all’inizio del suo mandato.

E può anche consolarlo il fatto che il suo predecessore, il Presidente Clinton, iniziò il suo mandato nel 1993 con un accordo commerciale che sembrava potenzialmente defunto - l’Accordo nordamericano di libero scambio, con il Messico e il Canada - e tuttavia riuscì a farlo approvare dal Congresso durante il suo primo anno in carica. Quindi, da Presidente Hillary Clinton potrebbe riuscire a fare lo stesso. Con Trump al governo, invece, ogni aspetto della politica di Obama in Asia finirebbe a pezzi.

(Traduzione dall’inglese a cura di Carla Reschia)


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