Giù le mani dal mio patrimonio

Regioni, una catastrofe sulla meraviglia Italia

Andrea Carandini, che cos’ha il patrimonio italiano di diverso rispetto agli altri?

Non è solo il patrimonio più ricco nel senso del valore o del numero, ma è il più ricco perché è contestuale. Mentre in America ci sono meraviglie raccolte nei musei che si trovano magari a Tucson, da noi le cose sono dentro i loro paesaggi urbani e rurali, è questo che crea la meraviglia dell’Italia. Gli stesso musei, da noi, riflettono il territorio intorno, dialogano con esso. Il mondo passato si conserva vivente nell’ambiente, non è semplicemente inscatolato nei depositi dei musei.

Come spiega il fatto che sia stato, soprattutto in passato, tanto trascurato? Mala politica o mala educazione?

A partire dalla rivoluzione industriale, in Italia fra ’800 e inizio ’900, e poi con la seconda ondata della rivoluzione industriale durante il secondo dopoguerra, il denaro, da una delle componenti importanti della vita, è diventato il vitello d’oro, il solo dio. E allora ecco che, persa la bellezza, persa la storia, perso ciò che è significativo, è nato un mondo bruttissimo. Tutto quello che noi abbiamo fatto, dagli anni ’50 in poi, è orribile. E tutto quello che precede gli anni ’50 è bellissimo.

Come mai? Io giro e vedo facce tristi intorno a me. In nome di interessi economici abbiamo abbandonato il territorio al dissesto idrogeologico, abbiamo abbandonato gli Appennini ai loro terremoti senza fare prevenzione, non abbiamo mantenuto il nostro patrimonio culturale in modo sistematico. Renzo Piano in Senato lo ha spiegato bene: ci vorrà il lavoro di due generazioni per rimediare.

Quanto incide un’azione di governo in una condizione strutturalmente così dissestata?

I governi possono fare fino a un certo punto, anche perché i nostri durano in media poco più di un anno… Per questo la riforma costituzionale è un punto dirimente importante, perché ciascuno a modo suo, chi col no chi col sì, deve cercare di sbloccare questo Paese, che è troppo macchinoso, troppo burocratico e pesante.

Secondo lei perché gli italiani, che sono così attaccati ai patrimoni personali, sono invece più distratti sull’importanza dei patrimoni collettivi?

Nel mondo antico le cose si vedevano in grande, mentre l’Italia è un Paese tipicamente post-antico: cento città, molti principati, nessuna grande monarchia, nessun grande stato pre-capitalistico come la Francia, l’Inghilterra, la Spagna. Il particolarismo però, che è un difetto molto italiano, oggi può costituire una ricchezza: siamo un Paese non omogeneizzato, ci sono ottomila Italie, dobbiamo solo trovare il modo di tirarne fuori le potenzialità.

Intravede i segni di un cambiamento?

Sì, ci sono, perché quando il Fai raggiunge fino a due milioni di voti per “I luoghi del cuore”, vuol dire che gli italiani si stanno cominciando a svegliare. Del resto bisogna chiedersi: che funzione ha l’Italia nel mondo globalizzato? Cosa vogliono gli indiani, i cinesi, i sudamericani dall’Italia, che produca dei brutti frigoriferi? No, vogliono che l’Italia racconti al mondo come è nata e perché è nata la società occidentale. I segreti della civiltà occidentale, nel bene e nel male, vanno almeno dall’VIII secolo avanti Cristo fino al XVII secolo, e si trovano da noi. Poi si diffondono in Europa, ma il segreto è qui, per questo tutti vengono qui. E noi cosa gli offriamo? Come dialoghiamo con civiltà che ignorano chi è Augusto o chi è Adriano, come noi ignoriamo gli imperatori cinesi?

Serve un new deal per il turismo italiano?

Mi risulta che ora per la prima volta il ministero dei Beni Culturali abbia un progetto per il turismo, il ministro Franceschini ci sta lavorando. Certo se vince il “No” al referendum e la politica turistica continua a essere gestita dalle Marche, dall’Umbria o dal Veneto non si va da nessuna parte. Le regioni sono state una catastrofe, e lo dico io che ero un convinto regionalista! Dovevano fare venti piani paesaggistici e in dieci anni hanno solo rovinato i loro territori. Si sono presi il turismo e ognuno va a fare propaganda per sé stesso. Le Marche in Cina, la Lombardia in Brasile, ma che vuol dire? Ci sono posti meravigliosi in Italia in cui non si incontra mezzo turista, quindi è chiaro che ci vuole una politica nazionale, che abbia continuità.

C’è una questione meridionale sul fronte del patrimonio?

Certo che c’è, enorme. Perché lì allo sfacelo e alla criminalità si aggiunge la povertà, i giovani sono in difficoltà. Eppure guardi, anche nel Sud abbiamo esempi incredibili. Sono stato da poco a Soveria Mannelli, un piccolo comune della Calabria, una meraviglia assoluta. Chi conosce Soveria Mannelli in Italia? Eppure ha un stamperia colossale, una grossa industria...»

Qual è il suo luogo del cuore?

In questo momento è San Fruttuoso, ci si arriva o per barca o con un’ora e mezzo di cammino da Portofino. Ora il mio cuore è lì, ma magari fra mezz’ora sarà da un’altra parte.

(intervista a cura di Francesca Sforza)


[Numero: 49]