Giù le mani dal mio parimonio

«Ora et labora»: chi lo farà dopo i monaci?

Anche se dare i numeri, stendere elenchi, fissare classifiche non è il modo più adeguato per rappresentare la realtà, rimane il fatto che, quanto a patrimonio culturale disseminato lungo la penisola, il nostro Paese, per dirlo con controllato understatement, ha ben ereditato. Secondo l’Unesco dei 1.031 “Patrimoni mondiali dell’Umanità” (831 culturali, 197 naturali, 32 misti) ben 51 sono dislocati in Italia, nazione che nella lunga lista occupa il primo posto quanto a numero dei siti.

Hasta la lista

Basta però scorrere questo elenco, una specie di serrata gara al sorpasso tra mete notissime - artistiche e turistiche, monumentali e ambientali - e sfavillanti gioielli di nicchia, per rimanere colpiti, più che da quel che c’è, da quel che, inevitabilmente, manca. Anche perché i “patrimoni mondiali” non vogliono affatto essere una hit-parade esaustiva e totalizzante delle eredità lasciate dalle generazioni che ci hanno preceduto.

Per l’Italia, poi, queste assenze sono più che giustificate: non potrebbe essere altrimenti vista la sovrabbondanza del patrimonio culturale italiano, immenso scrigno dove testimonianze artistiche, e siti e monumenti lasciati da civiltà accampate dalle nostre parti più o meno a lungo, sembrano accomunati dall’essere “known to God”, dunque conosciuti a Dio ( come dicono gli inglesi con splendida espressione riferendosi ai loro “militi ignoti”) ma ignorati dalla stragrande maggioranza dei nostri concittadini.

Chi si sofferma sulla lista dei nostri “patrimoni” Unesco nota subito che lì non c’è traccia dei monasteri italiani, anche dei più celebri, culle di spiritualità ma anche cerniere irrinunciabili della trasmissione viva, passata da generazione in generazione, dei canoni della cultura occidentale dall’antichità ai secoli successivi.

Chi si sofferma sulla lista dei nostri “patrimoni” Unesco nota subito che lì non c’è traccia dei monasteri italiani, anche dei più celebri, culle di spiritualità ma anche cerniere irrinunciabili della trasmissione viva, passata da generazione in generazione, dei canoni della cultura occidentale dall’antichità ai secoli successivi. Questa assenza è da un lato scontata e dall’altro rivelatrice: dovrebbe mettere sulla giusta traccia per comprendere come i monasteri, che sicuramente sono parte rilevante del nostro patrimonio culturale, si stagliano su un orizzonte che, pur assolutamente interno e irrinunciabile alla contemporaneità, appartiene altresì a una dimensione spazio-temporale ben distinta. Ed esplicitamente inattuale.

Lo sperimenta chi, ospite in un monastero anche per pochi giorni, ha l’impressione, vivendo accanto ai monaci, di coabitare con dei contemporanei e tuttavia, al tempo stesso, di condividere lo stesso tetto con esistenze che sembrano riassumere e portare con sé, impresse sulla concretezza della loro vita dallo stampo della Regola e dal carisma dei luoghi, le passate generazioni. Quelle che nei chiostri, in quelle celle, cori e refettori, hanno vissuto nei secoli passati.

Bussate e sarà aperto

Forse per meglio comprendere come il patrimonio culturale possa essere qualcosa di vivente - non solo una somma di reperti e opere artistiche seppur di incalcolabile valore, e neppure un museo o una pinacoteca o un sito archeologico magari affollatissimi di visitatori e perfettamente gestiti ma tuttavia “disabitati” dal soffio della quotidianità - bisogna sperimentare, almeno una volta, l’ospitalità in uno di questi antichi monasteri.

Forse per meglio comprendere come il patrimonio culturale possa essere qualcosa di vivente bisogna sperimentare, almeno una volta, l’ospitalità in uno di questi antichi monasteri. “Bussate e vi sarà aperto!”: fedeli a questo precetto, e alla regola di san Benedetto, i monasteri sparsi per la penisola aprono le porte a chi ha bisogno, anche solo per qualche giorno, di lasciarsi alle spalle l’affanno del mondo.

“Bussate e vi sarà aperto!”: fedeli a questo precetto, e alla regola di san Benedetto che dice loro di accogliere ogni ospite come fosse il Cristo in persona, i monasteri sparsi per la penisola - soprattutto quelli benedettini - aprono le porte a chi ha bisogno, anche solo per qualche giorno, di lasciarsi alle spalle l’affanno del mondo e incontrare un’altra dimensione del vivere. Con se stessi, ancora prima che con gli altri.

Agli ospiti in continua crescita che chiamano i padri foresterari, incaricati dell’accoglienza in monastero, è da consigliare, tanto per cominciare, la pazienza: la meta dove, fuggendo dalla contemporaneità, si chiede di essere accolti, di solito non ha un rapporto troppo stretto col cellulare. E, per la verità, sono luoghi dove non ci si vuole neppure abituare a scattare, come cagnolini richiamati dal padrone, al primo trillo di telefono. Telefoni che nei monasteri a volte - li ho intravisti nei miei ripetuti soggiorni tra queste vecchie mura - sono ancora di quelli a parete, di bachelite nera, appesi sotto volte di corridoi lunghissimi e deserti al fondo dei quali campeggia, nel caso l’ospite si fosse scordata la principale regola di ingaggio, una scritta a caratteri cubitali: “Silenzio”.

La pazienza, però, viene premiata. Ed è ineguagliabile l’esperienza di essere accolti tra le mura di Santa Scolastica o del Sacro Speco di Subiaco, nella verdissima valle dell’Aniene che tenne a battesimo i primi eremi e cenobi benedettini. O abitare nelle celle, dalla vertiginosa vista sull’immensa pianura sottostante, di Montecassino, ricostruita dopo la distruzione bellica con cura filologica e con una tempestività che oggi sembra incredibile ma che evidentemente era frutto di un’Italia vitale, decisa. E puntigliosa, talvolta, nel conservare il suo patrimonio culturale.

Ospiti e turisti

Non si confonda però il visitare monasteri con l’esservi accolti: a Montecassino, ogni anno, salgono quasi 300.000 turisti. Qualche ora di visita guidata e poi scendono a valle. A Subiaco, il Sacro Speco, con gli splendidi affreschi trecenteschi, e il monastero di Santa Scolastica (dove fu stampato e viene conservato il primo libro prodotto in Italia) con i suoi chiostri, il campanile romanico, le opere d’arte, la biblioteca e l’immenso archivio, sono meta ogni anno di quasi 60.000 visitatori. Altri monasteri e certose, sparsi per l’Italia, sono altrettanto affollati di turisti. Ma vivere nel monastero è altra cosa: è comprendere come un patrimonio culturale quale quello sparso per l’Italia dal monachesimo è giunto a noi tuttora vivo, non “museificato”, perché ogni monastero è una casa abitata e operosa, una dimora dove “l’ora et labora” si prendono cura in modo costante del lascito loro affidato nel corso dei secoli.

Gli ospiti di queste dimore sono sempre meno e stanno invecchiando: a volte abbazie secolari sono rette da poco meno di una dozzina di monaci pressoché ottuagenari. I rischi di mancata valorizzazione e di dispersione di un patrimonio irrinunciabile sono immensi.

Però gli ospiti di queste dimore sono sempre meno e stanno invecchiando sempre più: a volte abbazie secolari sono rette da poco meno di una dozzina di monaci pressoché ottuagenari. I rischi - non solo di mancata valorizzazione ma anche di dispersione di un patrimonio irrinunciabile - sono immensi e non si fronteggiano con l’assillo di una presenza (spesso solo burocratica, a volte fortunatamente più duttile) autorevole dello Stato. Servono invece altre dinamiche: forze giovani e competenze molteplici e sperimentate che, dentro e fuori i monasteri, si incontrino su progettualità non solo di custodia e conservazione ma di una valorizzazione calibrata alle singole realtà e in sintonia col difficile guado che il mondo contemporaneo, e anche la Chiesa di papa Francesco, stanno affrontando.


[Numero: 49]