giù le mani dal mio patrimonio

Il punto è il principio della linea: il mondo secondo Pitagora

Ho letto una Vita di Pitagora. Vi si dice che Platone (che era stato discepolo di Archita il vecchio) fu il nono successore di Pitagora, e Aristotele il decimo. Fra i seguaci di Pitagora, alcuni erano dediti all’attività speculativa e venivano chiamati “sebastici”; altri si occupavano dell’agire umano ed erano detti “politici”; altri ancora coltivavano lo studio della geometria e dell’astronomia ed erano chiamati “matematici”. Quanti erano stati personalmente compagni di Pitagora erano detti “pitagorici”, i loro discepoli “pitagorei”, gli adepti che vivevano invece al di fuori delle comunità “pitagoristi”. Si astenevano dal mangiare le carni degli animali: se ne cibavano esclusivamente in occasione dei sacrifici.

Si tramanda che Pitagora sia vissuto centoquattro anni; Mnesarco, uno dei suoi figli, morì – si narra – in giovane età, e a Pitagora succedette il secondo figlio, Telauge. Le sue figlie si chiamavano Esara e Muia; quanto a Teano, si dice che non fosse solo una sua allieva, bensì anch’essa sua figlia.

I discepoli di Pitagora sostenevano che la Monade è diversa dall’Uno: la Monade infatti – così ritenevano – appartiene al campo dell’intellegibile, mentre l’Uno appartiene a quello dei numeri, nello stesso modo in cui rientra tra i numeri il Due.

I pitagorei facevano della Monade il principio di tutte le cose, perché – affermavano – il punto è il principio della linea, la linea è il principio della superficie e la superficie è il principio del corpo a tre dimensioni, ossia del solido: ma la Monade precede concettualmente il punto, sicché essa risulta essere il principio dei corpi solidi; tutti i solidi, perciò, traggono origine dalla Monade.

I pitagorei si astenevano dal mangiare le carni degli animali, sia perché credevano stoltamente alla metempsicosi, sia perché i cibi del genere – essendo oltremodo nutrienti e difficili da digerire – ottundono la mente. Per lo stesso motivo evitavano le fave: gonfiano infatti il ventre e sono ipernutritive;.

L’autore ci dice che nel cielo vi sono dodici zone, la prima e la più esterna delle quali è la sfera delle stele fisse: in essa si trovano – a parere di Aristotele – il primo dio e le divinità intelligibili, secondo Platone invece le idee. A tale sfera fa seguito il pianeta Saturno, quindi – nell’ordine – gli altri sei pianeti, ossia Giove, Marte, Venere, Mercurio, sole e luna; dopo si incontra la sfera del fuoco, poi quella dell’aria, quindi quella dell’acqua, e, all’ultimo posto, la terra. Il principio primo che regola queste dodici zone ha sede nella sfera delle stelle fisse: tutto ciò che si trova vicino ad essa – dicono i seguaci di Pitagora – ha una collocazione stabile e perfetta, mentre quanto ne è lontano perde in parte tale prerogativa; fino alla luna regna l’ordine, ma al di sotto le cose procedono diversamente: nelle regioni della terra, infatti, alberga necessariamente anche il male, perché la terra occupa il fondo dell’intero universo e costituisce quindi il naturale ricettacolo e deposito del male. Fino alla luna – continuano quelli – tutte le zone sono governate in base alla provvidenza, all’ordine immutabile e al destino che promana da Dio, mentre le zone sottostanti sono soggette a quattro cause: Dio, il destino, il libero arbitrio, il caso.

Pitagora è stato il primo a chiamare “cosmo” il cielo per il fatto che è perfetto ed è adornato dall’insieme degli esseri viventi e da bellezze di ogni sorta.

L’uomo è definito “microcosmo”, non perché risulta composto dai quattro elementi (tutti gli esseri viventi, infatti, lo sono, compresi quelli più semplici), bensì perché è dotato di tutte le potenzialità esistenti nell’universo. Nell’universo, infatti, vi sono gli dèi, vi sono i quattro elementi, vi sono gli animali privi di ragione, vi sono le piante, e l’uomo possiede le facoltà proprie di tutti questi esseri: è dotato infatti della ragione, che è una prerogativa degli dèi, ha in sé la natura dei quattro elementi, ed è in grado di nutrirsi, di crescere e di generare esseri simili a sé. In ciascuna di queste sue proprietà, però, è limitato e – come il pentatleta è in grado di cimentarsi in tutte e cinque le specialità, ma in ciascuna di esse resta inferiore a chi pratica soltanto quella – così l’uomo possiede tutte le potenzialità che esistono, ma nessuna nella sua pienezza. In conclusione, sebbene in noi siano presenti le facoltà più svariate, conduciamo un’esistenza difficile: ogni altro essere, infatti, è governato da un solo principio di natura, mentre noi veniamo trascinati in direzioni opposte dalle nostre prerogative contrastanti.

Per quanto concerne poi il detto “conosci te stesso”, sembra un precetto della massima facilità, mentre è difficile come nessun altro. È fama che questa massima risalga ad Apollo Pizio, anche se alcuni la attribuiscono a Chilone, uno dei sette saggi. Essa ci esorta a conoscere le nostre potenzialità, sicché conoscere se stessi equivale a conoscere la natura dell’intero universo: il che è impossibile senza la pratica della filosofia, ed è appunto a questa che il dio ci esorta.

*Il brano che trovate in questa pagina è tratto dalla “Biblioteca” di Fozio, pubblicata da Adelphi nel 1992. È una delle 279 “schede” editoriali scritte dall’uomo che fu ritenuto “il più colto” del suo tempo, per due volte patriarca di Costantinopoli, straordinario lettore ed esegeta della letteratura greca. Vissuto tra l’810 e l’893, Fozio ebbe parte attiva nello scisma tra la Chiesa d’Oriente e Roma. Ma la sua particolarità (e la sua modernità, riscoperta a partire del 1665 in Francia) si deve al fatto che fu il primo “recensore” di libri nella forma che intendiamo oggi: riassunto del contenuto e giudizio critico, con uno stile letterario attualissimo. Ma non basta. La metà dei libri di cui Fozio scrive, non ci sono arrivati. La sua è dunque una vera biblioteca perduta, forse parte di quella della capitale dell’Impero bizantino distrutta nel 1204 durante la Quarta crociata. Quasi un romanzo – mai scritto – di Borges. Della “Vita di Pitagora” qui citata non si sa molto. Potrebbe essere opera di Filone l’Ebreo, nato ad Alessandria intorno al 15-10 a.C.


[Numero: 49]