Giù le mani dal mio patrimonio

Dissipazione quotidiana

Il patrimonio ha per etimo la parte del padre, il suo compito, la sua funzione. È naturale che vada in coppia con matrimonio, che è la parte della madre, quello che tocca fare a lei. Patrimonio e matrimonio sono una questione di diritto privato, una faccenda di avvocati inerente le unioni civili al tempio dell’antica Roma e del suo possente e puntiglioso corpus legis; la parte che spetta al padre è di conservare e accrescere beni, la parte della madre è procreare figli in grado di dare delle soddisfazioni e in questo modo garantire la robustezza dell’asse ereditario, così che quei beni si tramandino in famiglia fino alla fine dei tempi. Volendoci mettere della metafora, mentre a causa della ben nota natura carnale della madre e della sua parte si fa una gran fatica a trovarne anche un po’ nel matrimonio, con il patrimonio si aprono invece sconfinati territori retorici. Il passaggio più semplice e elegante è trasire dalla parte del padre alla parte dei padri, da mio padre Dinetto ai padri della Patria, i padri della Civiltà, i padri dell’Umanità, e i patrimoni dell’Umanità sono l’apice metaforico, la somma vetta retorica. Uno stuolo di padri che hanno accumulato meravigliosi beni per una prole universale. L’entità delle ricchezze ereditate è sotto gli occhi di ognuno degli aventi diritto a partecipare dell’asse ereditario; i padri hanno fatto un gran lavoro, le madri ci hanno solo messo l’Umanità. La quale Umanità è quello che è, immeritevole come è sempre stata di metterci le mani sopra, bisogna pur dire che le madri non sono mai state veramente capaci di educare i figli come si deve. In effetti la storia dell’Umanità si compendia in un diuturno affaccendarsi nella dissipazione dell’eredità paterna; è una storia che va avanti da millenni e è inimmaginabile l’entità del patrimonio primevo. Solo l’Eden può darne una pur vaga idea, il favoloso Paradiso Terrestre, laddove il corpus legis era sconosciuto.


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