Giù le mani dal mio patrimonio

Timbuctu, 333 santi e un demonio

Nove anni di carcere, per avere distrutto alcuni dei mausolei più antichi d’Africa. Possono sembrare pochi, ma la condanna che la Corte Internazionale dell’Aia ha da poco comminato ad Ahmad Al Faqi Al Mahdi, il jihadista del gruppo islamista Ansar Dine, responsabile della distruzione di una grossa parte del patrimonio archeologico di Timbuctu è una sentenza storica, che però fa riflettere. Al Mahdi, è stato accusato di crimini di guerra, per aver “intenzionalmente diretto degli attacchi” contro nove mausolei della città e contro la porta della moschea Sidi Yahia nel 2012.

L’antica città del Mali, importantissimo centro carovaniero e culturale del medio evo, era stata presa dai jihadisti e fatta oggetto di devastazioni. A essere presi di mira erano stati quei simboli dell’islam tradizionale, che fin dall’anno mille ha segnato la città. Timbuctu è la città dei 333 santi, persone che hanno condotto una vita pia e che servono da esempio per gli altri. Un islam popolare, radicato nella comunità, visto però dagli integralisti filo Al-Qaeda come una eresia. Accecati dal fanatismo, sono stati incapaci di cogliere la profondità di quella tradizione, il suo valore per la gente del posto e hanno distrutto alcuni dei più importanti segni di quel culto.

Un monumento comporta sempre un forte significato politico e simbolico, una nazione che ricorda i propri eroi e martiri, una religione che mostra ai fedeli (e agli infedeli) la propria potenza e la propria misericordia. La storia politica e religiosa è costellata di monumenti. Anche se si tratta di opere d’arte, il motivo per cui sono state erette rimane fondamentalmente politico. Non a caso Hermann Goering nel 1942 diede istruzione alla Luftwaffe di distruggere in Inghilterra monumenti e luoghi segnati sul Baedeker con un asterisco. Tutti i monumenti sono espedienti concettuali impiegati dalle diverse società per offrire un’immagine di sé in termini di stabilità e di durata temporale.

Con il tempo questi segni, questi manufatti finiscono per diventare delle icone del luogo dove sorgono. I monumenti, in particolare, segni destinati a sfidare il tempo, sono simbologie attive e incrementate a dismisura negli ultimi cento anni, con la diffusione di modelli visivi di massa. Allo stesso tempo i monumenti rispondono perfettamente alla necessità di riduzione, di semplificazione, tipica della nostra epoca, in cui si mette in scena la storia, trasformandola in uno spettacolo che derealizza la realtà, diventa simbolo.

Al Mahdi, era anche il responsabile della Hisbah, la brigata islamista dei costumi e della condotta, che sempre a Timbuctu ha compiuto stupri, ucciso e torturato persone. Questo capo di accusa, non rientrava però nel processo dell’Aia. Questo ci pone un interrogativo profondo: perché ci commuoviamo in maniera più intensa davanti a un monumento danneggiato che di fronte alle tragedie umane? Che il delirio iconoclasta dei jihadisti sia un segno di barbarie è fuor di dubbio, ma non è certo stata l’espressione peggiore del loro fanatismo. Ci siamo però accorti della loro furia solo quando hanno violato il sacro tempio dell’arte, quasi che sentissimo più vicino a noi questa realtà piuttosto che quella umana. Percepiamo l’arte come un universale, come un qualcosa che ci appartiene. Non sempre riusciamo a fare altrettanto con gli esseri umani.

Con le politica di patrimonializzazione, abbiamo universalizzato l’arte, sottraendola alle sue specificità locali, alle sue storie “indigene”, trasformandola in una sorta di bene comune. Non ci siamo riusciti con donne, bambini, uomini. Ci siamo indignati per i morti di Parigi, Bruxelles, Nizza, poco o nulla per quelli di Baghdad, Tunisi, Beirut, caduti per la stessa mano. Pensiamo al tipico annuncio televisivo in occasione di un qualche disastro. Dopo l’annuncio del fatto e del numero dei morti, solitamente segue la frase, pronunciata quasi con un sospiro di sollievo: «nessun italiano tra le vittime».

«Nel corso della mia vita ho visto dei francesi, degli inglesi, degli italiani, dei tedeschi, dei russi: ho anche appreso da un celebre libro, che si può essere persiano. Ma non ho mai visto l’uomo», scriveva lo statista e diplomatico francese Joseph de Maistre. Parole ciniche, che riflettono però una mentalità dominante. Quando si parla di un individuo, l’origine, l’appartenenza, la nazionalità vengono prima del suo far parte del genere umano.


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