Giù le mani dal mio patrimonio

Memoria meraviglia amara

Memorizzare e parlare - anche se per affilare soltanto odio e dire quasi sempre sciocchezze - separano l’essere umano dall’animale. In tutto il resto, dice Qohélet, siamo un branco di bestie. Lo stupratore, che pure ha imparato qualche regola, è più bestia di qualsiasi altra.

Ho scritto in una permanenza prolungata in clinica l’inverno scorso un intero opuscolo che pubblicherà Adelphi: Per non dimenticare la memoria. Perché questa misteriosa facoltà umanizzatrice, per quanto distrattamente la releghiamo a una funzione ancellare, è più forte di Durga della religione induista, paurosa di onnipotenza. Se uno dice Memoria dice passato presente futuro di tutte le miserie e le bellezze umane. Da poco i direttori e ricostruttori di musei l’hanno capito: la memoria dell’umanità materialmente racchiusa nei musei non meritava di essere raccolta tanto per non andare del tutto persa in successioni di sale custodite alla meglio, umiliata dall’uso di bande frettolose e irriverenti di visitatori. C’è stato un rovesciamento: più che a loro i nuovi musei sono consacrati alla memoria incomparabile delle cose esposte, alla loro squisita e spirituale essenza. Si è cominciato a comprendere che in un museo c’era qualcosa di più che un tesoro di oggetti monetizzabili. Il museo è l’ancella Memoria nel pieno sfolgorare del trono di una divinità e visitandoli abbiamo la sensazione (che incute pensieri reverenziali) di trovarci in un tempio. Maledetti i profanatori di musei, degni di essere accomunati agli stupratori! I miserabili entrati per uccidere nel museo ebraico di Bruxelles hanno violato un tempio di memorie tutte sacre.

Posso citare tra i musei genialmente rivisitati dagli allestitori, alcuni di loro. Il primo che vidi contenere un frammento dei gioielli al collo di Durga fu nel tempo, per me, il Musée d’Histoire Naturelle del Jardin Des Plantes di Parigi: là sono esposti di colpo entrando in uno spazio immenso, in un allestimento favoloso e come percorsi da un prodigioso soffio animatore, esclusivamente animali impagliati di epoche diverse. Sono esposte impressionanti carcasse di dinosauri e in una sala tristissima accanto incontriamo con le loro tragiche storie le specie estinte dell’epoca contemporanea sterminatrice. Quell’allestimento postmoderno ti dà l’accesso ad un luogo che è più Luogo degli altri e, immagino, la memoria che passa resta ravvivata e impressionata per sempre. Non hai “visitato il Museo”: hai vissuto un momento di rigenerazione.

Nel 1937 grandi rumori contrassegnarono la notte di guerra madrilena: partivano, su autocarri, amorosamente imballati gli ospiti del Prado. Tre secoli di memorie della Spagna esigevano di essere messi in salvo; la Repubblica, minacciata da tutte le parti, e allora anche da una Quinta Colonna (reliquia di memoria linguistica imperitura) a quei fantasmi incorniciati antimorte, ubbidiva.

Non era turismo futuro che partiva, era la verità di una nazione. Che cosa sarebbe successo se tre o quattro talebani o isisti di Mosul fossero penetrati nel tempio madrileno che tanta vita del mondo sublunare accoglie nel suo seno, prendendo di mira i capolavori coi loro inumani kalashnikov iconoclasti.

Ma chi non l’abbia percorso almeno una volta il museo aldilà di tutti, detto semplicemente Musée du Quai Branly, non sa che cos’è l’Aldilà di misteri e beatitudine di ciò che è museo. Quel che contiene è tutto passato remoto delle nazioni umane, anche talvolta ai limiti dell’inaudito. Sei obbligato al ricordo nonostante la tua svanente personale memoria.

Anche la vecchia favola delle cere del Musée Grévin è stata rivoluzionata e adattata agli spettatori del Duemila inoltrato. In ogni epoca i suoi personaggi hanno evocato meravigliosamente storia di Francia, oggi il loro mistero si è voluto mostrare un po’ più a fondo con nuovissime e diversamente disposte e illuminate rappresentazioni. Non visitare ripetutamente il Musée Grévin è neppure essere stati a Parigi.

Un bacino di memoria sterminato è il cinema, di cui il geniale museo della Mole di Torino, fondato da Adriana Priolo, ha in mostra evocazioni e ricordi disposti per affascinare. Là il trenino dei Lumière arriva incessantemente a La Ciotat e il capostazione ridà il segnale di partenza per il nulla del tempo. Il cinema mette in sofferenza la nostra memoria a causa della sua caducità. Il Congresso americano ha scelto per la sua libreria Venticinque pellicole che raccontano l’America (immagino che non manchino “Ombre rosse” di John Ford né “Mezzogiorno di fuoco” di Fred Zinnermann, “Via col vento” o “America America!” di Elia Kazan, e da poco certamente avranno aggiunto “Lincoln” di Spielberg).

La moralità del Cinema, e perfino delle sue sale, è specchio della nostra.

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