quasi quasi mi faccio un seflie

È un rito della vanità e c’è anche chi muore cercando una posa

Chi muore per un selfie stringe tra le dita l’oggetto che lo ha appena reso eterno. Ucciso e immortalato nello stesso istante. Che di selfie si voglia morire è oramai un dato di fatto accertato. I luoghi con panorami suggestivi, da godersi in location mozzafiato, iniziano a essere circoscritti da cartelli, la scritta “no selfie zone” avverte che quel luogo può esserci letale, come ci fosse l’alta tensione o il pericolo di fughe di gas, o di contaminazione da sostanze radioattive.

Di cartelli dissuasori al selfie facile vederne in tutto il mondo, dall’India, alla Russia, agli Stati Uniti. Sono apposti sul ciglio di scogliere, lungo muraglie, in terrazze, scalinate, monumenti celeberrimi e luoghi di culto. Un giapponese è morto cadendo dalle scale del Taj Mahal e una ragazza a San Pietroburgo precipitando da un ponte ferroviario; due esempi di una nuova e inconsapevole epica della bella morte.

Si muore sorridendo, si muore al culmine del proprio potenziale fotogenico, si muore con il trucco perfetto, con i capelli aggiustati. Si muore facendo la boccuccia a cuore, mandando baci, facendo l’occhiolino. Si trapassa pensando alla persona amata, agli amici con cui vorremmo condividere la foto, alle passioni svanite cui volevamo fare dispetto esibendo la nostra felicità nonostante loro.

Morire di selfie è l’eutanasia meno crudele, se non fosse che chi muore non soffriva di mali incurabili. Voleva solamente condividere una prova finale della propria vita ardimentosa.

La ricerca dell’atto eroico viene equivocata per sbadataggine. Giovanetti e giovanette sono spesso travolti da treni in corsa mentre osavano il letale selfie su rotaia, compiono un gesto che assomiglia a un rito estremo, più che un futile cedimento alla vanità.

Il Ministero degli Interni russo un anno fa pubblicò nel suo sito ufficiale dei nuovi segnali di pericolo. Erano rappresentate tutte le tipologie di selfie a rischio morte, ogni categoria della vertigine di chi si auto sopprime e accede all’istante nel suo Walhalla digitale. Si muore di selfie anche impugnando una pistola, che poi spara davvero. Si muore cercando una posa di fronte a belve in libertà, guidando l’auto in velocità.

È chiaro che non ci basta più essere i protagonisti di una smisurata galleria dei nostri istanti leggendari, abbiamo la presunzione che il film della nostra vita debba concludersi con un finale a sorpresa. L’azzardo ci seduce dopo avere atteggiato i nostri volti in migliaia di pose assorte, carismatiche, romantiche accigliate, spiritose, seducenti… Solo con il selfie della morte lasceremo traccia di quanto siamo belli quando stiamo per sprofondare nell’abisso da cui non si torna. Il selfie della morte: l’unico per cui deve essere buona la prima.


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