la spia è sempre accesa

Un pezzetto di carta in una pallina di pane

Il coltello si era bloccato perché nella fessura c’era un minuscolo pezzo di carta che riportava dei numeri. Per non far vedere all’uomo con la lobbia quello che stava facendo, Brown si alzò e prese a ridiscendere la collina. Camminando, fece una pallina di pane e ci infilò dentro il pezzetto di carta. Poi, con il gesto di chi è infastidito dal cerume, si mise la pallina dentro l’orecchio. Gli venne in mente che se l’avessero colpito alla testa la pallina sarebbe probabilmente caduta, ma non poteva fare di meglio, date le circostanze.

I poliziotti si fermarono ad aspettarlo – o aspettavano solo, questa la speranza folle che lo assalì, l’uomo con la lobbia? I suoi nervi stavano inventando un pericolo inesistente? Lo avrebbero lasciato passare? «Guten Morgen», disse ai poliziotti; e tutte le speranze svanirono quando l’uomo alle sue spalle disse sottovoce in inglese: «Le spiacerebbe seguirci alla centrale di polizia?».

Girandosi dal muro vide il contenuto delle sue tasche: ecco il coltello, il portasigarette, il passaporto, i soldi, due medagliette, un romanzo di Turgenev che non aveva avuto il tempo di finire, e una candela votiva che aveva dimenticato di accendere. Poi gli cedettero le ginocchia e l’orologio che prima aveva davanti agli occhi schizzò verso il soffitto eclissandosi. Vedeva solo gli stivali lucidi dei due poliziotti e le ginocchia grasse dell’uomo con la lobbia. […]

Entrarono con l’auto in quello che nella penombra sembrava un enorme cortile. Una casa di pietra del Settecento fronteggiava una lunga fila di scuderie: un lato del grande quadrato era costituito dalle case degli operai – dava l’impressione che all’interno ci fosse un intero villaggio. Un soldato aprì lo sportello dell’auto e il capitano russo Starhov rimase un istante a guardare le ombre basse degli edifici. […]

Poi diede bruscamente le spalle al cortile e fece strada dentro casa. L’atrio era quasi spoglio: una vecchia stufa, una sedia di legno, e la scala curva settecentesca aveva perso parte della balaustra. La magnificenza era ormai morta e sepolta. «Il soldato le mostrerà la sua stanza. Vorrà riposarsi. Parleremo di nuovo a cena». Mentre Brown si girava aggiunse con una nota arcigna: «Mi lascia il suo libro, nel frattempo?».

Brown rispose: «Hanno già controllato che non ci fossero segni alla centrale di polizia». Sarhov disse con fare rigido: «Se vuole farmi la cortesia …».

La stanza era spoglia quasi come l’atrio e quasi altrettanto larga: Un lettino di ferro, una stufa che non funzionava, un catino per lavarsi le mani, un’unica sedia e un’unica luce al centro del soffitto. Era meglio di una cella ed era più facile evadere. Non appena solo, si tolse la pallina di pane dall’orecchio. Riesumò il pezzetto di carta, ma la scrittura era così minuta che dovette salire sulla sedia e avvicinarlo alla luce per leggere le piccole file di numeri che solo lui era in grado di decifrare – non appena fosse riuscito a fare i calcoli senza pericolo. Li imparò a memoria e poi, siccome gli avevano sottratto i fiammiferi, infilò di nuovo il foglietto nella pallina di pane e ingoiò il tutto. C’era stata una sola probabilità su mille che trovasse il coltello, che il messaggio venisse mai letto: la vita certe volte insegna davvero a sperare nell’impossibile.

Il brano è tratto da “Terra di nessuno”, che si trova in Graham Greene, Tutti i racconti, Mondadori, 2011, traduzione di Giovanna Granato


[Numero: 16]