la spia è sempre accesa

So come si vive da spia. Ecco perché funziona la mia serie televisiva

Nel 2010 un gruppo di spie russe fu arrestato negli Stati Uniti: un grande scandalo, sorprese tutti. Ai tempi della Guerra Fredda ci saremmo aspettati che i russi si comportassero così, ma allora tutti pensammo «Dai ragazzi, davvero ci odiate ancora così tanto?». Una settimana dopo mi chiamarono Darryl Frank e Justin Falvey, presidenti della DreamWorks Television: mi dissero «Joe, ti andrebbe di prender spunto da questa storia per una serie televisiva?». Avevo già lavorato con loro e, soprattutto, avevo lavorato per la Cia. Dissi di sì e tutto ebbe inizio.

Pensammo di ambientare la serie negli anni ’70: con tutta quella grande musica, quelle grandi acconciature! Poi però ci venne in mente Ronald Reagan. Per un grande show serve tensione, una posta in gioco altissima, gente che si urla contro, che si vuole uccidere. E cosa c’è di meglio di Ronald Reagan e dei rischi che si correvano ai tempi della Guerra Fredda? La tensione era alle stelle, i sovietici avevano paura di lui più che degli altri presidenti, perché pensavano fosse pazzo. Tutto quel parlare dell’“Impero del male”…se un leader straniero faceva salire così l’asticella del rischio, doveva essere un po’ fuori di testa. Si dice che anche Kruscev avesse giocato un po’ quel ruolo quando sbatté la scarpa sul banco delle Nazioni Unite.

In ogni caso, lavoravo alla Cia nei primi anni ’90. Da quell’esperienza ho tratto buona parte delle informazioni di contesto per The Americans: il tipo di ambiente, il tipo di persone che lavorano lì, cosa vuol dire essere un funzionario, una spia e, soprattutto, essere una spia con una famiglia.

Questo è uno degli aspetti più interessanti di chi lavora nell’intelligence: deve necessariamente mentire per molti anni alle persone più care, ai propri figli. Non si può andare da un bambino di cinque anni e dirgli «Io lavoro per la Cia» perché poi quel bambino va scuola, dice che suo padre lavora per la Cia e suo padre perde il lavoro. Quando però i figli raggiungono un’età per cui si può dir loro la verità, il discorso deve iniziare con un «Ti ho mentito per tutti questi anni». È da qui che ci è venuta l’idea di raccontare la storia di una famiglia e non quella di una spia.

Da un certo punto di vista però, le bugie sono la cosa che una famiglia normale ha in comune con quella di un agente della Cia. Siamo tutti “spie” nelle nostre case. Penso sia uno dei punti forti della serie: i personaggi sono semplici, umani, ci si può rapportare con loro e, sopra le loro vite, c’è questo enorme dramma, la Guerra Fredda, che fa da metafora.

Il conflitto tra Grandi Potenze è come la storia di un matrimonio: in entrambi i casi ci sono delle persone che vivono a stretto contatto e tra di loro grandi bugie e incomprensioni ma, nonostante tutto, un grande legame. Perché si tratta sempre di esseri umani.

Nel caso di Philip e Elizabeth, le spie russe protagoniste della serie, c’è anche un altro livello di conflitto. Per loro ogni giorno speso negli Stati Uniti è come una notte passata nel letto del nemico. Un letto molto confortevole, dopo aver passato gran parte della vita nella povertà dell’Unione Sovietica. E così per loro quella piccola casa a Falls Church, un sobborgo della piccola borghesia nei pressi di Washington, è un nirvana.

A quel punto il dramma è già scritto: raccontarlo è puro divertimento.

Testo raccolto da Fulvia Caprara. Traduzione Laura Aguzzi


[Numero: 16]