quasi quasi mi faccio un seflie

Per educare i ragazzi bisogna educare i genitori

Dottor Rossetti, lei fa lo psicanalista e lavora molto con i giovani. Perché gli adolescenti si fanno tanti selfie?

Perchè sono in una fase di costruzione dell’identità in cui la risposta dell’altro alla mia immagine è molto importante. Oggi tutti hanno lo strumento che mette alla prova, dà un indice quantitativo di notorietà e offre un comodo riscontro rapido.

Più comodo del confronto diretto?

Certo, perché il selfie mi permette di offrire quella parte di immagine che desidero, mentre l’incontro vis-à-vis, soprattutto a quell’età, può provocare imbarazzo, si devono superare piccole e grandi vergogne, anche banali come avere dei brufoli. Con il selfie decido qual è la mia immagine.

E quanto pesa questa immagine?

Non si deve mai generalizzare, ma per molti un like può cambiare la vita, in bene o in male. Quel riscontro diventa più importante quasi della vita reale, è più ampio della vita reale perché supera la cerchia dei propri amici reali. Una foto che genera like diventa un fattore fondamentale. Una questione di notorietà e popolarità: piacere a tanti. E questo incide sul giudizio che si ha di se stessi nel bene e nel male, quando si sta male e si frana.

Quindi con risvolti drammatici.

Se ho buoni giudizi, valgo; se non ho giudizi positivi non valgo assolutamente nulla. E questo provoca un vuoto interiore molto forte. Basta pochissimo per ferire in modo anche pesante, diverso e anche più forte di altre forme di bullismo. Basta poco per far male. Molto più che in un’offesa di persona: l’attacco all’immagine può avere un retroscena molto doloroso.

Cosa hanno introdotto selfie e social nella vita degli adolescenti?

Hanno cambiato la qualità dei rapporti umani. Prima le sofferenze c’erano ma il tipo di costruzione identitario ora è diverso da quello che si faceva fino a pochi anni fa. Il rapporto era dato dallo specchio e dalla relazione con gli altri in un universo sociale, ora c’è una nuova modalità di rapportarsi con la propria immagine che viene condivisa all’interno di una rete ampia che dura tutta la vita.

E che non riguarda solo i ragazzi ma anche la vita di famiglia.

Esatto. Ci sono genitori che fanno selfie con i figli e pubblicano le foto spesso provocando la rabbia del ragazzo che si sente usato come merce del genitore per arricchire la propria immagine nella rete. Anche loro sentono il diritto di dire la loro e di rifiutare la messa in scena.

Quanto usano il telefono i ragazzi?

Tantissimo. A scuola nell’intervallo tutti si buttano sul telefono, se si parla si parla di tutto ciò che avviene sul telefono, ci si fanno le foto, i video, il tempo viene completamente preso dallo strumento. I confini cominciano a darseli verso i 18 anni ma prima, a partire dai 13 anni, spesso lo vivono in maniera totalizzante.

Qual è l’aspetto positivo dei social?

Permettono di avere una rete di relazioni con contenuti e interessi più larghi e differenti. Consentono di mantenere relazioni che non avremmo nella quotidianità: quando si riesce a tenerle in modo positivo diventa un fattore di crescita. Poi il selfie è simpatico, può farci sorridere, fa vedere il luogo in cui ci troviamo. Una volta si mandavano cartoline con i panorami per far vedere dove si era. Erano spesso immagini universali, impersonali. Il selfie è molto meglio.

E come possono difendersi i ragazzi dagli effetti negativi?

È difficile perché vedono grandi che non sanno difendersi. È un esercizio narcisistico in una società narcisistica. La difesa deve partire dagli adulti, non si devono dare per scontati certi aspetti della contemporaneità. Bisogna imparare a riflettere sull’utilizzo improprio dei social in generale, sapere perché usarli, capire in che modo questa nuova forma sta prendendo il posto di una vecchia mia forma di comunicazione, cosa si guadagna E cosa si perde. Ho sentito ragazzi dire: non so più comunicare senza whatsapp. Porsi domande e porgliele. Se il genitore sa soltanto ridere di fronte ai selfie e non ci ragiona o gli chiede perché , perde un’occasione di rapporto importante con i propri figli.

*Alberto Rossetti, 33 anni, psicanalista e psicoterapeuta, si occupa in particolare dei disagi negli adolescenti causati dal rapporto con le tecnologie.
Ha scritto un ebook Educazione digitale. albertorossetti.com


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