mille e un iran

Onda Verde, cosa resta di Neda e gli altri

Avevano già vinto. Il giorno prima di conoscere il nome del loro decimo presidente – l’11 giugno del 2009 - i ragazzi delle vie verdi, che avevano colorato la Persia di sabz, di verde appunto, erano tutti in coda per mantenere la loro promessa: cambiare l’Iran. Per strada l’attesa dei giovani era una festa, orgogliosi com’erano di siglare la scheda elettorale con il numero 77, identificativo del grande rivale dell’allora presidente Ahmadinejad. “L’ingegnere”, come i suoi sostenitori chiamavano con grande rispetto Mir Hossein Mousavi, li aveva definiti «l’acqua di una diga che comincia a non tenere più». Fino all’ultimo hanno cercato di fermarla, l’onda verde: sms fuori uso, comunicazione bloccata in un paese in cui l’uso dei cellulari è sempre stato sfrenato. «È contro la legge», aveva detto Mousavi dopo aver votato, «è una situazione bellissima con un’ampia partecipazione, perché temerla?». Si era poi rivolto alla sua gente. «Mantenete attraverso la presenza ‘verde’ un flusso continuo di informazione, colmate i vuoti». Il giorno dopo, Ahmadinejad era di nuovo il loro presidente. «Dittatore», urlarono.

E la risposta furono manganelli. Neri, come le divise e i caschi dei poliziotti antisommossa, i terribili protagonisti di quel giugno iraniano. Di quei giorni ricordo Hassan Tehrani, responsabile della gioventù di Mousavi e ideatore di tutta la campagna verde per le presidenziali. Ventotto anni, due occhi neri enormi e un sorriso passionale che contrastava con il viso scavato dalle notti insonni. «Non aspetto che domani, attendiamo questo giorno da mesi. Faremo cambiare l’Iran», mi aveva detto, tra una sigaretta e l’altra, senza riuscire a sedersi un attimo. «Non riusciranno a fermarci con i brogli, siamo un’onda». La repressione dell’Onda Verde si fece dopo il voto ogni giorno più cruenta, con assassini, torture, processi e ogni forma di repressione. Mentre basiji e pasdaran continuavano a macchiare di sangue con i loro manganelli ogni forma di pacifica protesta, alla gente non era permesso neanche di piangere i propri morti.

In televisione sfilavano i leader politici e studenteschi, ognuno chiamato a ritrattare in pubblico le accuse al tiranno, con indosso le tristi uniformi da carcerato. Mi colpì la fotografia di Abtahi, fedele e passionale consigliere, prima di Khatami poi di Karroubi, ritratto, terribilmente dimagrito, senza il suo copricapo da religioso. Più che il merito delle confessioni - «ho sbagliato a partecipare alle proteste», «quella delle frodi elettorali è una menzogna usata per provocare disordini» - quello che sgomentava era il metodo utilizzato per estorcerle. Sui blog iraniani si è letto di unghie spezzate, di scosse elettriche ai genitali, di ragazze stuprate o bastonate dai secondini e costrette a leccare le latrine di carceri e caserme. Da allora sono passati quasi 7 anni. Neda e tanti dei protagonisti di quei giorni non ci sono più, ma il loro sacrificio è ancora parte del sogno di cambiamento dei ragazzi iraniani di oggi.


[Numero: 17]