quasi quasi mi faccio un seflie

L’illusione di esserci

Personalmente ho sempre avuto un gran debole per l’autoscatto, ho persino sborsato cifre notevoli per far aggiungere questa opzione ad apparecchi fotografici progettati per il duro, scarno lavoro e non per le leziosità edonistiche. Possiedo un’imponente galleria di autoscatti lunga mezzo secolo e tuttora in divenire, ma ciò che di quest’arte più mi affascina è lo spettacolo che inscena nel suo compiersi, e dunque sono attratto dagli autoscatti degli altri e non manco mai di fermarmi ad ammirare il teatro mirabilmente, profondamente umano di un allestimento. Per questo non manco di aggirarmi nei pressi dei più importanti monumenti e dei siti più significativi dell’umanità dove so di trovare all’opera l’élite degli autoscattisti. Mi piace, mi beo della ricerca della visuale scenografica e poi della preparazione dell’attrezzatura, le istruzioni di regia e la composizione dell’inquadratura, gli esercizi di posa dei ritrattandi, e infine la corsetta dell’operatore per essere compreso nel quadro, purtroppo non di rado fatale a causa di inciampi e imprevedibile irrompere di corpi estranei, e dunque la paziente, pensosa riproposizione.

L’esito non può che essere di straordinaria intensità; la successiva documentazione cartacea non attesterà, semplicemente, la presenza quel tal giorno nei pressi della Torre Eiffel, ma come quel giorno la torre fu partecipata, e dunque mutata e, oserei dirne, persino posseduta. Ma, adesso che ci penso, il selfie non c’entra niente con tutto ciò. Il selfie è il gesto di una compulsiva ossessione dell’assenza, la fatua, infantile illusione di esserci senza esserci, la mossa maldestra di chi si fa avanti nello spazio e negli eventi alla cieca, alla disperata, alla carlona, attraverso l’angusto oblò di un telefono mobile, il mortale fraintendimento che attraverso quell’oblò si entri nella vita che non si può vivere.


[Numero: 48]