quasi quasi mi faccio un seflie

Diario immaginario (ma non tanto) di una social media addict

Lo smartphone vibra sotto al cuscino. Lei allunga la mano, tocca lo schermo, mette a fuoco quel tanto che basta per vedere l’ora: sono solo le sei di mattina, troppo presto per cominciare la giornata. Si gira dall’altra parte. Ma la vibrazione, come prevedibile, dopo qualche istante ritorna. Incuriosita, non resiste e guarda il messaggio. È una foto-ricordo che sua sorella le ha inviato su Snapchat da New York: abbracciata a un lampione in compagnia di amici non meglio identificati, sullo sfondo le luci della città, sembra allegra, là è mezzanotte. Lei digita rapida sui tasti, gira la fotocamera verso di sé immersa nei cuscini con la faccia da sonno, scatta e invia.

Comincia così una giornata qualsiasi di una digital addict. Connessa. Felice di essere viva. E di non essere sola. Si allunga nel letto con il telefonino stretto ancora nella mano. Un dolore diffuso le attraversa la scapola destra fino alla punta delle dita. Ormai lo sa: è il prezzo che paga quando passa troppo tempo online.

Comincia così una giornata qualsiasi di una digital addict. Connessa. Felice di essere viva. E di non essere sola. Si allunga nel letto con il telefonino stretto ancora nella mano. Un dolore diffuso le attraversa la scapola destra fino alla punta delle dita. Ormai lo sa: è il prezzo che paga quando passa troppo tempo online.

La sera prima ha fatto tardi chattando con un amico che le piace da morire. Lui vive lontano e comunque non ci sono le condizioni per una storia in carne ed ossa. Ma si frequentano al sicuro da occhi indiscreti su una app che permette di spedirsi messaggi di testo e immagini confidenziali, senza rischi per la privacy: si sgretolano davanti agli occhi appena vengono letti, non si possono immortalare, archiviare o condividere. Un sollievo per superare ogni forma di timidezza. È il qui e ora, un rapporto intensissimo lontano da occhi indiscreti che si consuma su uno schermo. Quando chatta con lui si sente felice e la mediazione del mezzo le dà il coraggio di lasciarsi andare, per esempio di mandare foto intime senza paura di pentirsene. Così scattare selfie e scambiarsi messaggi osé è diventato un gioco eccitante e divertente di cui non vergognarsi, che la fa sentire emancipata e libera.

Apre Twitter, scorre veloce le rassegne stampa, i titoli dei giornali, le notizie e le curiosità che si sono consumate nelle poche ore in cui è stata sconnessa nella notte. Poi fa lo stesso su Facebook. E su Instagram. Scorre la timeline degli account che segue, stellina o cuoricina i post che le piacciono o che trova interessanti, reagisce addolorata o arrabbiata alle brutte notizie, clicca sui link quando vuole approfondire le notizie, condivide o commenta le ricorrenze e gli anniversari, si inserisce nell’immensa conversazione digitale di cui le piace fare parte. E lo fa con attenzione, studiando le parole e scegliendo le foto o i video, perché ne va della sua reputazione e della sua immagine.

Scorre la timeline degli account che segue, stellina o cuoricina i post che le piacciono o che trova interessanti, reagisce addolorata o arrabbiata alle brutte notizie, clicca sui link quando vuole approfondire le notizie, condivide o commenta le ricorrenze e gli anniversari, si inserisce nell’immensa conversazione digitale di cui le piace fare parte.

Così facendo, il tempo vola. Si era svegliata presto, ma diventa tardi in un battibaleno. E non ha ancora aperto l’email. La posta elettronica è già piena di messaggi di lavoro che richiedono risposte immediate o di spazzatura che va selezionata e cestinata. Si alza di soprassalto, continua a leggere sullo schermo e a scrivere con una mano sola portandosi lo smartphone in bagno. Lo appoggia giusto il tempo necessario ma lo riprende subito e continua così anche in cucina a colazione e poi di nuovo in camera mentre si veste.

È passata a leggere la sua newsletter preferita quando lo schermo è sommerso da una sfilza di notifiche che le arrivano da altre app, impedendole di proseguire. Approfitta per imbracciare la bicicletta e uscire di casa: aggiunge le cuffie allo smartphone e lo appoggia nel cestino sulla borsa per poter continuare a restare connessa. Ha una chiamata in videoconferenza in attesa su Skype. Era programmata, avrebbe dovuto già essere seduta in ufficio per rispondere, ma è in ritardo: chiede scusa, si accontentano di sentire la sua voce senza vederla? Al semaforo solleva il telefono e sorride al tavolo riunito. Eccomi, li rassicura. Sono qui. Esisto. Lo conferma un clacson che risuona impaziente. Mai fermarsi.


[Numero: 48]