mille e un iran

Il paese-ircocervo: una società matura bloccata da un potere autoritario

La verità è che con l’Iran non sappiamo mai bene come siamo messi. Un paese così complesso, dalla cultura plurimillenaria e sofisticata, ma allo stesso tempo schiacciato su di un’immagine stereotipata che gli iraniani considerano oltraggiosa. Vittima, soprattutto, delle proprie contraddizioni. Un regime non democratico, che ha comunque bisogno del consenso popolare; un presidente della repubblica elettivo che ha in passato rappresentato l’opposizione (moderata) al sistema e che si deve confrontare con gli organi non-elettivi, in primis il rahbar, la Guida suprema della rivoluzione. Una teocrazia radicale che governa sulla popolazione più secolarizzata e quasi post islamica del Medio Oriente (come mi disse un importante religioso della città santa sciita di Qom: «Ma la volete capire che gli iraniani sono il popolo meno religioso del pianeta?»). Dove Facebook è ufficialmente proibito, anche se il presidente Rouhani (un religioso sciita che ha studiato in Occidente) ha una sua pagina personale da cui a Natale fa gli auguri ai cristiani di tutto il mondo. Con un’ideologia a parole pan-islamica ma in realtà ferocemente nazionalista, che ha portato l’Iran a uno scontro geopolitico devastante con le potenze sunnite della regione.

Insomma, un guazzabuglio cognitivo e identitario che ci spiazza. E che viene ulteriormente aumentato dagli errori di prospettiva dell’Occidente: a lungo abbiamo considerato l’Iran sciita e i suoi alleati “il problema” del Medio Oriente, anche quando era chiaro che le minacce venivano soprattutto dalla diffusione dell’attivismo sunnita radicale, sostenuto dai nostri presunti alleati (monarchie arabe del Golfo, Turchia).

Ma dentro questo labirinto di specchi deformanti, vi è un’ulteriore – altrettanto irritante – narrativa che ci allontana dalla realtà. È quella diffusa dagli intellettuali iraniani, dai fuoriusciti, dalla società civile, attraverso film, libri, romanzi. Si tratta della dicotomia fra una società matura per la democrazia e un potere autoritario che ne impedisce la fioritura.

Lo dico subito: c’è molto di vero in questo, come dimostrato dalle proteste popolari contro i brogli elettorali del 2009, a cui seguì la brutale repressione dei pasdaran. O come attesta tutta la storia dell’Iran del XX secolo, apertosi con la rivoluzione costituzionale del 1905 – la prima nel Medio Oriente - e segnato dalla rivoluzione popolare (e non solo islamica) del 1978. Molto di vero, ma non tutto. Perché l’idea di democrazia diffusa dai diversi movimenti riformisti, dagli intellettuali e dai professori espatriati suona auto-esplicativa ma non lo è affatto. Basta frequentare i cosiddetti “niavarani”, ossia la borghesia ricca di Teheran, per accorgersi che la loro concezione di democrazia e libertà è spesso priva di attenzione alle esigenze di perequazione socio-economica in una società profondamente classista. Esigenze a cui la repubblica islamica, sia pure in modo distorto e clientelare, ha cercato di rispondere.

Le critiche alla corruzione post rivoluzionaria, in Iran, provengono anche da chi è collegato al detestato nizam (il sistema di potere), dominato da una ragnatela di interessi clanico-familiari che taglia trasversalmente gli schieramenti politici, in cui la spocchia sociale si unisce ai privilegi economici e alle lamentazioni politiche.

Eppure questa visione riesce non di meno a dar voce all’insoddisfazione anche degli altri strati sociali contro il regime, la cui ideologia sclerotizzata suona come una vuota litania. Se non fosse per le armi dei pasdaran e per la mancanza di una credibile alternativa politica.

In tal modo, l’Iran “sdoganato” dall’accordo nucleare rimane una sorta di ircocervo. Da cui noi europei ci sentiamo attratti e allo stesso tempo ne diffidiamo. Un puzzle ancora irrisolto, anche agli occhi degli stessi iraniani. Come scrisse un celebre studioso iraniano: «L’Iran è politicamente antagonista ma filosoficamente intimo con l’Occidente». E alla pari del confuso Occidente di oggi ha più nevrosi che certezze.


[Numero: 17]