quasi quasi mi faccio un seflie

Ed Atkins e i suoi fratelli viaggio nelle viscere dell’Ego

Potremmo dire che il selfie oggi è la versione aggiornata dell’autoritratto? In teoria sì ma in realtà no. L’autoritratto mirava a descrivere nella maggior parte dei casi uno stato interiore dell’individuo attraverso il suo aspetto interiore. Il selfie dello stato d’animo di chi se lo fa se ne frega alla grande. L’obiettivo del selfie è dimostrare che esistiamo. “Eccomi Ergo Sum” potrebbe essere l’aggiornamento del famoso motto Cartesiano. Questo nella vita normale. Nell’arte il selfie è uno strumento per aggiornare ma non snaturare l’idea di autoritratto. Con il selfie l’artista entra nelle viscere dell’ego contemporaneo come fa ad esempio magnificamente Ed Atkins, artista britannico che nel suo studio attraverso immagini di se stesso prese con il suo laptop partorisce personaggi che sono lui e altri contemporaneamente. Atkins prende il selfie e lo svuota della sua essenza reale rendendolo artificiale. Farsi un autoritratto oggi come artista è molto complicato essendo, appunto, il selfie un riflesso incondizionato e non una meditazione su se stessi. L’artista cinese Cao Fei si trasforma nei suoi video in personaggi o avatar: la più famosa è China Tracy, che lei documenta nel mondo virtuale di Second Life.

Le origini del selfie artistico si trovano in due personaggi fondamentali nella storia dell’arte contemporanea, l’artista Americano Bruce Nauman che in un famoso video ritratto passa il tempo a infilarsi le mani nel naso e negli occhi, e nella suprema regina dell’antesignamo del selfie, l’autoscatto, Cindy Sherman, americana anche lei, che dell’auto-rappresentazione ha fatto la sua cifra esclusiva inconfondibile. Oppure forse più radicale ancora un altro artista d’oltreoceano Richard Prince che cannibalizzando i selfie di Facebook ha creato una serie di tele serigrafate che hanno avuto un enorme successo. Alcune in cui il selfie era di un perfetto sconosciuto altre in cui invece l’autore era qualche personaggio famoso tipo Kate Moss. Diciamo che l’arte più che utilizzare la selfiefication esplora il mondo dei social per pescare ispirazioni da elaborare poi in fase creativa per l’opera d’arte finale. Facendo un passo indietro un pioniere di se stesso è stato Charles Ray da Los Angeles, quello del famoso e discusso Bambino con la Rana di Punta della Dogana a Venezia.

Ray in una sua opera “All my clothes” (Tutti i miei vestiti), presentò una serie di autoritratti nella stessa posizione ma con indumenti sempre diversi del suo guardaroba. Sempre Bruce Nauman in una scultura intitolata “From Hand to Mouth” (Dalla mano alla bocca), anticipa un elemento essenziale del selfie DOC, prima dell’avvento del braccio telescopico portacellulare, ovvero il suo aspetto vitruviano per il quale la distanza del cellulare dal soggetto è sempre delimitata dalle proporzioni del corpo e quindi pure il risultato varierà di conseguenza. Un selfie fatto dalla mano alla bocca di un bambino sarà più un primo piano che un mezzo busto mentre quello fatto da un giocatore di pallacanestro potrà essere quasi un ritratto dell’intera figura. Se gli esperimenti più avanzati in selfieologia li troveremo principalmente in artisti della generazione di Ed Atkins alcune sorprese potrebbero riservarcele ancora vecchi leoni dell’arte come i britannici Gilbert & George o David Hockney da sempre interessati alle trasformazioni tecnologiche e all’idea di autoritratto. Un tempo l’arte strabiliava con la Polaroid, presto la nuova frontiera potrebbe essere quella della Selfieroid. Noi stessi e l’arte a portata di braccio pronta per essere incorniciata e, possibilmente, venduta.


[Numero: 48]