quasi quasi mi faccio un seflie

Denigratori ripensateci: c’è sentimento controcultura e informazione

E se dicessi che i selfie sono una delle pratiche estetiche e culturali più interessanti degli ultimi anni? Ecco, l’ho fatto. Ma c’è una ragione. Una delle più importanti riviste scientifiche nel campo dei media studies, l’International Journal of Communication, pubblicata dalla Anneberg School of Communication della University of Southern California, ha recentemente dedicato un intero numero speciale alla pratica del selfie in diversi contesti geografici, sociali e politici.

Ad esempio, David Nemer e Guo Freeman hanno scoperto che nelle favelas di Vitória, in Brasile, i teenager pubblicano selfie per «denunciare la violenza nel loro quartiere, per auto-documentare le proprie vite e aggiornare i propri genitori rassicurandoli sulla sicurezza dei loro spostamenti quotidiani». Per i teenager brasiliani che si devono confrontare tutti i giorni con la severità del proprio ambiente urbano, i selfie non sono affatto una maniera stupida di mostrare il proprio narcisismo; sono, piuttosto, uno strumento di “empowerment”, che permette loro di esercitare il proprio pensiero in pubblico, migliorare le capacità di scrittura e scatto, e formare forti legami interpersonali tra pari.

Un altro articolo della rivista analizza un uso dei selfie altamente stigmatizzato dai media negli ultimi due anni: la pratica adolescenziale di scattarsi selfie durante un funerale. Meese e i suoi colleghi hanno scaricato da Instagram migliaia di selfie che riportano l’hashtag #funeral, le hanno analizzate e hanno concluso che sono tutt’altro che l’ennesimo sintomo della superficialità adolescenziale. I “selfie al funerale”, secondo gli autori, potrebbero essere riposizionati come una astuta forma di coinvolgimento emotivo con l’evento e avrebbero la funzione di segnalare al proprio circolo sociale la propria presenza a quell’evento. Essendo il selfie, secondo gli autori, un vernacolo ormai comune all’interno delle tribù di utenti di Instagram, è normale che venga utilizzato anche per esprimere i propri stati emotivi e la propria presenza in determinati luoghi. Le immagini fotografiche d’altronde hanno da sempre ricoperto la funzione di riproduzione e circolazione dei nostri stati emotivi. Gli autori sostengono che il selfie al funerale rappresenti un nuovo modo di presenziare un evento ed esprimere socialmente le proprie emozioni, anche se nella forma mediata di un autoritratto, una pratica che è largamente radicata nel solco dei più tradizionali rituali di compianto e costruzione della memoria di chi non c’è più.

Deridere chi si sta facendo un selfie, manifestare il proprio ribrezzo per le donne che si sono scattate un selfie di massa con Hillary Clinton, significa non capire la cultura digitale.

Le donne del selfie con la Clinton non guardano sé stesse riflesse nell’acqua, come Narciso, ma guardano la Clinton attraverso lo specchio di sé. È una forma, mediata, di guardare il mondo, non sé stessi. Ed è una manifestazione di affetto e amore verso il proprio candidato.

Se a Vitoria in Brasile gli adolescenti li usano come delle radio libere del proprio scontento, ad altre latitudini i giovani rampolli di benestanti famiglie venezuelane o russe, li useranno per raccontare la loro apparentemente insignificante vita quotidiana (seguire l’hashtag #richkidsofInstagram), fatta di feste a bordo piscina e posizioni accattivanti delle labbra davanti allo specchio degli ascensori di hotel eptastellati. E nessuna di queste pratiche è deviante né patologica. Entrambe sono immagini testamentali del mondo in cui viviamo, come le fotografie di famiglia di cento anni fa, che oggi hanno un valore storico e ci dicono come vestivano le classi agiate e che riti avevano.


[Numero: 48]