la spia è sempre accesa

Chi fa la spia non è figlio di Maria

Sono stato educato a non fare la spia, perché fare la spia è una brutta cosa e chi fa la spia non è figlio di Maria e San Giovanni non vuole inganni e così via. Sono stato cresciuto nell’alta considerazione morale della lealtà da gente che non di rado poi, perché lo spionaggio è coerente eccezione formativa, si sono prodigati a convincermi che in certi casi estremi la slealtà è santificata dalle buone cause. Per esempio fare la spia su chi ha rovesciato la varecchina nel vestito della domenica di mio padre, mia sorella, e fare la spia su chi ha incendiato l’aula di chimica, Folegnani, mi sono state offerte come prelibate occasioni per ascendere nella considerazione universale. Ho tradito mia sorella, e non ne ho ricavato che una momentanea sospensione delle vergate materne, non ho tradito Folegnani, e da quel momento divenni un leader indiscusso della protesta studentesca dell’anno scolastico 68/69, con quel che ne consegue nella mia disgraziata biografia. Dunque, la mia modesta esperienza mi dice che fare la spia non paga, e che se anche la lealtà non paga un granché, almeno dà qualche possibilità in più di essere amati.

Che questo è il vero e unico problema degli spioni, che nessuno li ama, nemmeno chi li paga, e sono ridotti a una vita di diniego e solitudine, una vita che i più intrepidi tra loro sanno vivere con eroico stoicismo mentre induce i più andanti alla pratica del doppio, triplo e quadruplo giochismo nella sterile ricerca di affetto e considerazione. Singolare questo dispregevole disamore per uomini, e donne, così necessari ai poteri che sostengono il mondo, compreso il potere di mia madre si intende. Perché il potere delle madri, e dei presidi, e degli stati, e delle multinazionali, non crolli sotto il peso della propria menzogna è necessario che nessun’altra gli possa resistere, e per questa missione la spia gli è più preziosa della verga e dell’atomica.


[Numero: 16]