Per favore non aprite la mia scatola nera

Un libro a settimana

«Quando scriveva agli intimi, non firmava mai col nome proprio; con loro usava soltanto il cognome», racconta Jean Renoir, maestro grandissimo del cinema francese, a proposito di Pierre-Auguste, suo padre, altro grandissimo. In grafologia la cosa ha un significato preciso, piuttosto letterale per la verità: mostrare agli altri la parte pubblica di sé, custodire quella privata, il nome proprio appunto. E nel suo Renoir, mio padre (pubblicato da Adelphi), Jean va alla ricerca dell’enigma per eccellenza, quello dell’eredità paterna, consapevole della sua inafferrabilità: «Potrei scrivere dieci, cento libri sul mistero Renoir e non venirne a capo». Viene subito da pensare a chissà quali segreti inconfessabili, a torbidi risvolti psicologici, a una versione maschile delle nefaste “care mammine” che hanno popolato le mura domestiche di tanti figli e figlie d’arte. E invece no, il mistero Renoir è tutto creativo, o meglio, è la creazione stessa. Come ottenere una certa tonalità di rosso? Come portare avanti quella sua personale guerra al nero d’avorio? Come conquistare l’essenza del blu cobalto? «Sceglieva un certo angolo di campagna perché lì l’ombra era blu, e alla fine si scopre che il messaggio del quadro non è stato il movente iniziale dell’opera, ma proprio quel blu cobalto». Una vita quasi borghese, quella di Renoir pittore, con un’amante che diventa moglie e madre, con una suocera in casa che brontola e cucina, con le ristrettezze delle vite d’artista, ripagate dalle gioie dei notturni bohémiens. E poi i figli, l’educazione né troppo austera né troppo lasca, gli amici riconoscenti e quelli indelicati, i reumatismi, il freddo di Parigi durante l’inverno, le passeggiate all’aria aperta. Eppure, dietro tutto questo, quel segreto, quell’ossessione sotterranea per il mistero della natura: come coglierne l’essenza e portarla in un quadro? Quanto ci vuole di tecnica, e quanto invece di ispirazione?«Digeriva tutto, il soggetto, la temperatura, la pressione atmosferica, il raffreddore, il crampo a una gamba, le ossa, la fame e, più tardi, i dolori. Tutto, in lui e al di fuori di lui, compreso l’insegnamento degli antichi maestri, contribuiva a dare una forma al suo segreto e a condividerlo con quelli che sono disposti a guardare la sua pittura». Perché alla fine non rimane una formula, non c’è un’alchimia per il cobalto perfetto, il segreto è lì, nelle sue tele, davanti agli occhi di tutti. Il mistero di ciò che è massimamente esposto.


[Numero: 19]