Per favore non aprite la mia scatola nera

Stare in pubblico senza dover essere pubblici: il paradosso della privacy

Viviamo in una società che vede associarsi la diffusione del valore della sorveglianza da parte degli Stati ad una contemporanea crescita da parte dei cittadini dell’uso di tecnologie di esposizione di sé. Da quello dei social media in cui mettere in pubblico le proprie esistenze alla diffusione di tecnologie quantified self che registrano dati personali – indossando braccialetti fitbit, installando negli smartphone app che monitorano il sonno, la dieta, ecc.

Al cuore di questa condizione viviamo il paradosso di una vita sempre più interconnessa fra online e offline: quello di rendere compatibile il massimo livello di visibilità e condivisione con elevate garanzie per la nostra privacy. Un difficile equilibrio culturale continuamente messo sotto pressione.

La minaccia del terrorismo e il richiamo più generale alla sicurezza nazionale ha portato a sviluppare progetti di cyber security e di sorveglianza Internet dei cittadini come una realtà necessaria e da dover accettare. Dopo gli attacchi terroristici di Parigi del novembre 2015 il Ministro dell’interno Angelino Alfano ha dichiarato che nel nostro paese verrà organizzato un «immagazzinamento dei dati personali che immancabilmente comprimerà un pochino la nostra privacy» e il premier Matteo Renzi parlando dei cittadini sospetti ha sostenuto che non sia «un agguato alla privacy, dire che si debbono taggare e seguire queste persone».

Il rischio è che si stia producendo un senso comune secondo il quale dovremmo abituarci a rinunciare ad un po’ di privacy per il bene collettivo, ignorando che quel «un po’» non è quantificabile a priori dal momento in cui non sappiamo “cosa” concediamo di osservare né esattamente a “chi” e per quali fini. La cartina di tornasole di questo atteggiamento è la diffusione dell’argomentazione «non ho niente da nascondere», molto utilizzata dai sostenitori della sorveglianza nel dibattito sulla privacy. È una tesi che racchiude l’idea che il controllo riguardi chi ha qualcosa da celare, come i malfattori o i terroristi, e non noi cittadini comuni. E che in fondo la privacy che dobbiamo difendere veramente ha a che fare con quella parte dei nostri dati che dobbiamo proteggere da intrusioni di malintenzionati. Questo è ciò che dobbiamo tutelare. Il resto, i gusti che mostriamo nei nostri acquisti online o le opinioni che esprimiamo nei social media, quell’insieme di comportamenti quotidiani che si traducono in una immensa mole di dati che finiscono per essere trattati per profilarci a fini di marketing, politica, ecc. rappresentano quel «un po’» di cui ci dovremmo disinteressare.

In un mondo in cui siamo così interconnessi e sempre di più in pubblico, la privacy non può essere ridotta solo a porsi il problema di come proteggere tecnicamente i nostri dati più sensibili ma ha a che fare con abilità e competenze sociali, con un’idea di cura e controllo più generale. Dobbiamo cominciare a pensarla come una pratica quotidiana fatta di comportamenti concreti, un modo di negoziare continuamente il nostro modo di essere in pubblico senza dover essere pubblici. Poter esporci senza che questo significhi essere implicitamente monitorati. È in definitiva una questione di libertà civili. Come ci ricorda Edward Snowden, dire che non si è interessati al diritto alla privacy perché non si ha nulla da nascondere è come dire che non si è interessati alla libertà di parola perché non si ha nulla da dire.

@gba_mm


[Numero: 19]