Mille e un iran

Quelle feste persiane in Orsanmichele

Più o meno quarant’anni fa abitavo a Firenze e avevo un amico zoroastriano. Non che si vedesse da fuori che era zoroastriano, ma aveva un ché nella figura e nel portamento e nella particolarissima inflessione del suo eloquio, tutto quanto veramente molto sofisticato e antico, che ti veniva da pensare che in effetti non poteva che essere intimamente qualcosa di speciale e esotico. In effetti era persiano, e più propriamente parsi, e nobilmente venuto alla luce dalla leggendaria Oxiana, e discendente dei seleucidi, e dei sassanidi e degli omayyadi. Si chiamava Jalal, portava al collo il monogramma dello Spirito Guardiano. Studiava architettura, allora usava molto a Firenze, e abitava in Orsanmichele nel mio stesso pianerottolo. A quel tempo c’erano diversi giovani persiani che studiavano in città, e si diceva che la metà era imparentata con Reza Pahlavi e l’altra metà erano figli dei suoi oppositori. Tutti nobili. Jalal me li ha fatti conoscere, si facevano delle gran feste persiane in Orsanmichele, le ragazze si presentavano in indaco e turchese e filigrane. Si mangiavano dei dolcetti insopportabili, si beveva del gran Gleen Grant, che allora andava forte, discutevano tra loro che sembrava che si dovessero ammazzare, sapevano a memoria Erich Fromm e la sapevano lunga persino su Regis Debray, parlavano tutti quanti del loro shah come fosse stato uno straccio buttato per strada. Naturalmente metà di loro erano infiltrati della SAVAK, ma anche a applicarsi con i potenti mezzi della controinformazione non si è mai capito chi fossero i buoni e i cattivi, troppo sofisticati tutti quanti. Oggi che niente è più come allora, vado a pranzo con Husayn, figlio dei figli di quelle feste persiane, e è come se parlassi ancora con Jalal, tale e quale. Devo trovare il modo di chiedergli se per caso non è anche lui zoroastriano.

Più o meno quarant’anni fa abitavo a Firenze e avevo un amico zoroastriano. Non che si vedesse da fuori che era zoroastriano, ma aveva un ché nella figura e nel portamento e nella particolarissima inflessione del suo eloquio, tutto quanto veramente molto sofisticato e antico, che ti veniva da pensare che in effetti non poteva che essere intimamente qualcosa di speciale e esotico. In effetti era persiano, e più propriamente parsi, e nobilmente venuto alla luce dalla leggendaria Oxiana, e discendente dei seleucidi, e dei sassanidi e degli omayyadi. Si chiamava Jalal, portava al collo il monogramma dello Spirito Guardiano. Studiava architettura, allora usava molto a Firenze, e abitava in Orsanmichele nel mio stesso pianerottolo. A quel tempo c’erano diversi giovani persiani che studiavano in città, e si diceva che la metà era imparentata con Reza Pahlavi e l’altra metà erano figli dei suoi oppositori. Tutti nobili. Jalal me li ha fatti conoscere, si facevano delle gran feste persiane in Orsanmichele, le ragazze si presentavano in indaco e turchese e filigrane. Si mangiavano dei dolcetti insopportabili, si beveva del gran Gleen Grant, che allora andava forte, discutevano tra loro che sembrava che si dovessero ammazzare, sapevano a memoria Erich Fromm e la sapevano lunga persino su Regis Debray, parlavano tutti quanti del loro shah come fosse stato uno straccio buttato per strada. Naturalmente metà di loro erano infiltrati della SAVAK, ma anche a applicarsi con i potenti mezzi della controinformazione non si è mai capito chi fossero i buoni e i cattivi, troppo sofisticati tutti quanti. Oggi che niente è più come allora, vado a pranzo con Husayn, figlio dei figli di quelle feste persiane, e è come se parlassi ancora con Jalal, tale e quale. Devo trovare il modo di chiedergli se per caso non è anche lui zoroastriano.


[Numero: 17]