mille e un iran

Per noi artisti non cambia nulla

«È solo un fatto economico. Il governo iraniano doveva fare questo passo perché era in un vicolo cieco», Shirin Neshat, nel suo studio di SoHo inondato dalla luce, che entra attraverso le grandi finestre, ha le idee chiare sulle motivazioni e le conseguenze dell’accordo firmato il 16 gennaio tra gli Stati Uniti e l’Iran. Il mondo intero (o quasi) ha applaudito alla conclusione delle estenuanti trattative tra il ministro degli esteri americano John Kerry e la sua controparte iraniana Mohammad Javad Zarif, che hanno firmato lo storico accordo per mettere fine all’embargo economico del suo paese, ma lei, che vive negli Stati Uniti da quando aveva diciassette anni e non può più rientrare, rimane scettica.

«Quest’apertura funziona solo per le multinazionali, che andranno in Iran a fare affari, non per la gente. So già di banche europee, francesi, svizzere, che stanno per aprire le loro sedi in Iran, ma in termini di diritti umani, non porta nessun cambiamento». È ferma, calma. La situazione è complessa e ne è consapevole. «Ci sono due ramificazioni di questo accordo: quello col mondo esterno e quello con gli iraniani, per gli artisti come noi in esilio non cambierà molto, anzi». All’interno del paese la censura continuerà ad esistere, il controllo della produzione culturale da parte del governo anche.

«La maggior parte della gente in Iran era economicamente handicappata non c’era via d’uscita. So di gente malata di cancro, di diabete, che non poteva avere le cure giuste, mi auguro che con quest’apertura cambi almeno qualcosa per loro». Nel buio di una situazione più complicata di quanto si pensi, Shirin ha pochi dubbi. «La revoca delle sanzioni servirà più agli europei e agli americani che a noi iraniani. Anche quelli di noi che sono diventati cittadini americani rimarranno sempre cittadini di serie B». A questo va aggiunta secondo lei l’ansia di terrorismo instillata soprattutto da un’aspirante presidente come Donald Trump, che ha un’ossessione contro i musulmani: vuole schedare tutti quelli che sono in America e impedire agli altri di entrare.

Shirin Neshat, in questo panorama degli Stati Uniti, dove vive dal 1974. e dell’Iran, dove è nata e non può ritornare, si è creata uno spazio suo. Arrivata alla ribalta dell’attenzione del mondo con le sue “Donne di Allah”, realizzate tra il 1993 e il 1997, ha scelto per raccontare la storia sua e del suo paese un’estetica in bianco e nero essenziale, forte, provocatoria, che rimanda solo e direttamente a lei. Attraverso quei ritratti di donna, che poi sono autoritratti, avvolta in un chador, con gli occhi bistrati, mentre brandisce un fucile o una pistola di marca americana, con versi di poetesse iraniane scritti sulle parti del corpo visibili. Neshat sintetizza la sua estetica, usa queste metafore forti per denunciare al mondo il diritto della donna di esprimersi, di essere libera da pregiudizi e stereotipi. «La mia arte nasce dal desiderio di creare un ponte tra i miei problemi personali e quelli sociali, politici, storici del mondo in cui vivo». Col tempo, con un lavoro senza tregua, che l’ha portata a realizzare video installazioni come la trilogia Turbulent, Rapture, Fervor, ad arrivare alla regia con “Women Without Men” (Donne senza uomini, Leone d’argento per la miglior regia alla Mostra del cinema di Venezia 2009) ispirato al libro della scrittrice iraniana Shahrnush Parsipur, Shirin non ha solo intessuto la sua storia con quella del suo paese, ma è diventata un perno, una fonte di ispirazione per giovani artisti lontani dall’Iran, che gravitano intorno a lei. Lo studio di SoHo è diventato una specie di “Factory”, di fucina, dove si lavora, si crea, si discute. «Sento di essere un passaparola, ma il mio ruolo è anche quello di dare speranza», dice con voce calma. Se diritto degli artisti è essere egocentrici, Shirin non lo è. Rispetta il lavoro degli altri, si accorge delle loro esigenze, li ascolta, condivide quello che c’è da condividere. Quando al World Economic Forum di Davos a gennaio del 2014 le hanno dato il Crystal Prize, riservato ad artisti che usano la loro creatività per allargare i confini e mostrare nuovi modi di vivere, davanti a un pubblico di 2.500 persone, tra cui capi di stato di più di cento paesi, compreso il suo ha detto: «Arte e cultura sono un ponte tra le genti e la gente al potere. L’arte è una forma di comunicazione senza secondi fini, che ha un impatto emotivo ed intellettuale sulle persone». E ha concluso rivolgendosi direttamente ad Hassan Rouhani. «Presidente, se per tanti decenni passati gli artisti e gli intellettuali iraniani all’estero hanno protetto e mantenuto la nostra dignità personale e nazionale nel mondo, adesso le passiamo la torcia. È ora il suo turno diventare la grazia capace di salvare la nostra nazione».


[Numero: 17]