Pechino il ritorno di Confucio

Marx e il comunismo lasciato fare agli altri

Una sera di tanti e tanti anni fa, Luciana Castellina in vena di darmi qualche buona dritta circa il senso delle cose del mondo ebbe a dirmi: in fin dei conti come realizzare il comunismo non lo sapeva bene nemmeno Carlo Marx. In effetti, con tutto il suo celebre raziocinio, il filosofo si è un po’ impappinato nelle rifiniture della sua teoria, ha lasciato correre sugli ultimi dettagli. Di certo il suo orizzonte era sgombro dall’inverosimile immagine di un bibliotecario che alla guida di un esercito di affamati e per manuale di istruzioni la Guerra per Bande di Carlo Pisacane, va in suo nome alla conquista del Regno di Mezzo, se lo prende, e per conto di un miliardo di contadini e di un pugno di operai si incammina a giganteschi balzi verso il comunismo, e prima ancora di averlo realizzato compiutamente, per mano di ben addestrati discendenti si fa padrone del mondo. Se il mondo è, e lo è a sufficienza, lo sconfinato, putrescente oceano del Mercato Globale e la franta montagna del debito pubblico dell’avversario ontologico, il decaduto impero dell’universo fin qui conosciuto. Ben scavato vecchia talpa. Certo che per compiere una così prodigiosa Marcia qualche sacrificio si è dovuto pur compiere, qualcosa e qualcuno si è dovuto lasciare alle spalle, qualche opacità ha pur offuscato a tratti la cristallina purezza dell’ideologia, e ciò avrebbe turbato la hegeliana sensibilità del filosofo. Ma non quanto le direttive per il Grande Balzo Finale, il comunismo nell’ordine e nell’armonia. E dunque l’elezione di Kung Fu Tzu a padre di Carl Marx, l’erezione del suo monumento accanto al sacello del Grande Condottiero, l’insegnamento intensivo del suo armonioso e ordinato pensiero al mezzo miliardo di fanciulli destinati a colmare il grande cerchio della Storia ormai liberi dal controrivoluzionario fardello della rivoluzione.


[Numero: 20]