Pechino il ritorno di Confucio

Lo spettro di Taiwan e la tentazione del popolo di farsi cittadino

Negli ultimi tre anni le autorità di Pechino hanno dedicato molti sforzi a una doppia propaganda: sul fronte interno, per impedire ciò che il governo chiama «la contaminazione del popolo cinese con i valori occidentali» (campagna ufficiale autorizzata e fortemente voluta dal presidente Xi Jinping); e sul fronte esterno, per mandare all’Occidente un messaggio piuttosto chiaro: il popolo cinese non è interessato ai “vostri” valori, intesi come democrazia, libertà di espressione e rispetto dei diritti umani. Si è trattato di una sorta di tacito contratto sociale tra il partito comunista e il suo popolo: crescita e maggiore benessere economico in cambio di fedeltà all’autorità costituita. In altre parole: puoi comprare un iPhone, bere il caffè da Stabucks e fare shopping a Parigi, ma non puoi sfidare il “monopolio del potere” del Partito Comunista. Ora, finché la crescita si attestava su percentuali molto consistenti, fino al 10 per cento, il popolo cinese aveva gioco facile a restare sui binari della convergenza con la politica. Adesso però le cose stanno cambiando: il sistema bancario e la finanza hanno mostrato la loro fragilità, la crescita è senza dubbio inferiore a quanto diffuso dagli organi ufficiali (probabilmente si aggira intorno al 3-4 per cento), molte province e aziende sono enormemente indebitate e c’è pochissima trasparenza sul numero di crediti deteriorati all’interno del sistema finanziario cinese, e in alcuni casi nessuna trasparenza su quante aziende non sono in grado di ripagare i propri debiti in tempo. Peggio ancora, le autorità centrali temono che possa accadere in Cina ciò che è accaduto a Taiwan e in Corea del Sud alla fine degli Anni Ottanta: l’emersione di una classe media che chiede più della sola libertà economica, del capitalismo e del consumismo, e aspira a maggiori libertà politiche.

Non è un caso che la propaganda negli ultimi tempi si sia fatta più insistente: si moltiplicano gli appelli sui media che propongono immagini positive del Paese, che ricordano il benessere e la contentezza che caratterizzano la vita quotidiana, che insistono sul tema della diversità cinese come fattore di felicità. Ma la strategia del partito comunista di incorporare la classe media nel grande progetto di crescita e di evitare lo “spill over” dalle libertà economiche a quelle politiche e sociali sta incontrando più di un ostacolo: oltre ai dati sulla crescita, diventa difficile negare il malessere legato agli elevati livelli di inquinamento, ai numerosi episodi di corruzione (soprattutto a livello locale) o alla contaminazione con il mondo globale legata all’esistenza, in Cina, di settecento milioni di persone che navigano su Internet, seppure con numerose restrizioni. Il progetto di contenere le aspirazioni della classe media è chiaramente in pericolo e le autorità di Pechino hanno in questa fase una paura enorme di quello che è successo a Taiwan, e di conseguenza aumentano la propaganda, l’oppressione, il controllo, la censura. Un arresto si registra anche all’interno della governance del partito, che sotto la precedente leadership di Hu Jintao e Wen sembrava voler introdurre una certa «democrazia interna al partito» attraverso l’introduzione di strutture democratiche nel processo decisionale. Oggi invece nessuno parla più di democrazia interna al partito, anzi si sta verificando l’esatto contrario: Xi Jinping negli ultimi tre anni ha investito enormi energie nella concentrazione del potere nelle sue mani, dismettendo di fatto il concetto di «leadership collettiva» inaugurato da Hu e Wen. Per capirci: quando Pechino parla di riforme politiche non si riferisce affatto a pratiche democratiche di stampo occidentale, ma a misure di riforma delle strutture di governance interne al partito finalizzate a rendere più efficiente il controllo del paese da parte del partito stesso. La domanda è: fino a quando il partito sarà in grado di controllare il popolo e il suo desiderio di sperimentare le libertà politiche e civili sul modello occidentale?

Tra gli indicatori più significativi dell’attuale stato di difficoltà c’è il ruolo e il significato del piccolo risparmiatore cinese. Mentre in America e in generale nei paesi occidentali l’80 per cento degli investitori è rappresentato dal banche e grandi istituiti di credito, contro un 20 per cento di piccoli investitori, in Cina le proporzioni sono invertite. L’andamento della Borsa di Shanghai è seguito in maggioranza da vecchietti che non sanno come impiegare il loro tempo, soprattutto in provincia, e si dilettano a giocare in borsa con una spregiudicatezza e una non conoscenza della materia che ha dell’incredibile. Negli ultimi otto mesi il fenomeno ha assunto proporzioni tali da costringere il governo a intervenire, introducendo un sistema di tutele e di garanzie sia per i piccoli risparmiatori che per i gruppi quotati. Nella totale assenza di cultura finanziaria, può capitare che la Borsa di Shanghai apra a -2 e chiuda a +6, sbalzi enormi completamente sconosciuti nelle borse occidentali, oltretutto in una situazione in cui le maggiori aziende del paese sono di proprietà dello Stato e quindi andranno difficilmente in bancarotta finché lo Stato e le banche dello Stato riusciranno a ricapitalizzarle. Ecco, ritengo che si sia giunti a un punto in cui o il mercato finanziario cinese decide di aprirsi al mondo esterno, a istituti di credito stranieri, e a calibrarsi meglio con le altre piazze globali, oppure la Cina risulterà sempre più lontana dal resto del mondo. Non solo, ma a una così grande immaturità finanziaria si aggiunge anche l’esistenza dello “shadow banking”, ovvero di un sistema bancario parallelo che finanzia a tassi molto alti tutte quelle aziende private che non attingono ai fondi statali, e la cui portata si aggirerebbe intorno agli 8 miliardi di dollari. È evidente che di fronte a sproporzioni di questo tipo, la possibilità di uno sviluppo sano di una classe media diventa estremamente difficile da conquistare, almeno nel breve periodo.


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