Diamo i numeri la matematica che serve alla Italia

Liberi di pensare come eterni ragazzini

In una lettera indirizzata alla collega Sophie Germain, che naturalmente esercitava sotto falso nome maschile, il grande matematico Gauss, detto Il Principe, si lamentava intorno ai trent’anni di non avere più l’elasticità mentale e la prontezza solutiva dei suo quattordici anni. Strano, visto che gli storici della matematica sono concordi nello stabilire intorno ai diciotto la sua età più produttiva, apertasi con l’invenzione dell’aritmetica modulare e conclusa con la dimostrazione del teorema fondamentale dell’algebra, con nel mezzo l’impresa che letteralmente lo mandava in visibilio, lui che era un tipo modesto e schivo, prudente fino allo sfinimento, ovvero la dimostrazione che con una riga e un compasso si può, volendo naturalmente, disegnare un epitadecagono, ovverossia un poligono regolare con diciassette lati, faccenda geometrica su cui Archimede, il Pitagorico, si era rotto la testa per tutta la vita senza successo. Ora diciamocelo, vista così questa storia che si possa adire alle glorie dell’umanità per aver disegnato un epitadecagono sembra una gran belinata, e se vogliamo dirla tutta non è che l’aver scoperto poi che tutti i numeri naturali sono rappresentabili al più come somma di tre numeri triangolari ci accenda la scintilla nella capoccia. È così, ma è così perché noi, gli altri, quelli normali, non siamo adatti a capire loro, i matematici. Che non sono normali in effetti, e non lo sono perché pensano come noi non sappiamo, o meglio, come noi non ricordiamo: loro pensano al modo che pensano i ragazzini, non smettono mai di pensare in quel modo. E dunque in modo vertiginosamente astratto e contemplativo, guizzante e funambolico, e oziosamente visionario. E gli adulti non ne tengono in nessun conto come non hanno la minima considerazione per la matematica, perché pensarci su li riporterebbe pericolosamente alla libera età.


[Numero: 18]