diamo i numeri la matematica che serve alla italia

La presunzione del ’900 ha separato i numeri dalle lettere

Sul tema della differenza tra numeri e lettere, trovo significativo l’episodio di Roberval, matematico francese del Seicento, che uscendo una sera da teatro, dove aveva assistito a una tragedia, disse scuotendo la testa: “Non ho capito cosa volevano dimostrare”. Perché in effetti ci sono cose che si dimostrano, come la matematica, e altre che non si dimostrano. A ben vedere però, il problema delle scienze, e quindi dei numeri, sorge già nella cultura greca quando si passa dalla geometria degli egiziani - che era basata sulla misurazione della terra in senso pratico, ad esempio tutte le volte che c’era un’inondazione del Nilo - alla geometria e poi all’aritmetica, intesi come saperi indipendenti dalla pratica, utili alla formazione dell’individuo. All’epoca di Platone nessuno entrava nell’Accademia a studiare filosofia se non conosceva la matematica».

«Questo modello è durato per millenni, ma conteneva una distinzione che col tempo abbiamo perso di vista: già Aristotele parlava infatti di episteme (epi-istemi, poggiare su qualcosa di solido) e phronesis, prudenza o saggezza. E le uniche due scienze dell’antichità erano considerate l’astronomia e la matematica – la fisica non ancora – proprio nella misura in cui prescindevano dall’esperienza. Addirittura a scuola l’educazione dei bambini iniziava proprio da queste scienze astratte, perché erano considerate la base di ogni sapere. La phronesis invece - la prudentia latina - indicava il processo che dalle regole generali portava al caso particolare. Da una parte quindi la scienza intesa come qualcosa di rigoroso che prescindeva dall’esperienza, dall’altra la possibilità di applicare delle regole alla complessità della vita umana associata. Per gli antichi le scienze corrispondevano al canone di Policleto, una sorta di metro rigido di ferro, mentre invece le humanitas al regolo Lesbio, cioè a una specie di misuratore di piombo che era pieghevole, misurava anche gli angoli».

«Tra le persone di cultura alta, l’idea che numeri e lettere andassero insieme si è conservata fino all’inizio Novecento: si pensi a Leopardi, appassionato studioso di cose scientifiche, o a Henri Bergson, le cui opere contengono quasi l’ottanta per cento di citazioni di scritti scientifici. Successivamente sono emerse però due forme di presunzione, che aveva osservato anche Edmund Husserl: da un lato gli scienziati che pensavano che tutto ciò che è misurabile è vero, e il resto è costruzione della fantasia, buona al massimo per il diletto; dall’altra i letterati – ma anche alcuni filosofi come Martin Heidegger – che ritenevano che la scienza fosse calcolare ma non pensare».

«Da noi in Italia abbiamo avuto la sfortuna e la fortuna di aver avuto il Rinascimento. La fortuna perché è stato un momento d’oro per i saperi umani, ad esempio nella scuola neoplatonica convivevano grandi matematici e grandi filosofi, sfortuna perché è stato altresì il luogo in cui si è sviluppata l’idea del genio, che fatta eccezione per pochissimi, ha portato con se’ una sorta di primato della sregolatezza, che spesso aveva più a che a fare col disordine che con l’illuminazione. È ancora oggi una delle grandi differenze tra cultura italiana e cultura anglosassone: loro hanno avuto un rinascimento minore, e quindi hanno conservato la tradizione scolastica nell’insegnamento fatta di rigore logico e controlli empirici. In filosofia, la dicotomia si ritrova nella contrapposizione tra filosofici analitici e continentali, dove gli analitici considerano la filosofia qualcosa di assimilabile alla poesia, e i continentali paragonano gli analitici - diceva Gadamer - allo straccetto per pulire gli occhiali, un modo per dire che aiutano a vedere più chiaramente i fenomeni, ma non ci spiegano niente. In passato la consapevolezza dell’osmosi di scienze e umanesimo come componenti essenziali della cultura era forte e condivisa, oggi non più.


[Numero: 18]