Pechino il ritorno di Confucio

La politica del “sottocosto” e un debito impazzito, i rischi del piano quinquennale

Dopo il G20 di Shanghai, in cui ministri delle Finanze e governatori centrali hanno sottolineato l’importanza di usare tutti gli strumenti di policy – monetari, fiscali e strutturali – per far fronte ai rischi globali, ristabilire la fiducia dei mercati e accelerare la crescita, le autorità cinesi hanno avuto l’opportunità di mostrare la propria determinazione ad agire. Ma i segnali che sono venuti dalla sessione annuale dell’Assemblea Nazionale del Popolo (ANP) sono deludenti. Il primo ministro Li Keqiang ha posto la barra della crescita della principale economia mondiale un poco più in basso di quanto avesse fatto il presidente Xi Jinping lo scorso novembre. Piuttosto che «circa il 7%», adesso Pechino si concede un margine di mezzo punto percentuale, che riflette difficoltà più numerose del previsto e sfide più difficili da combattere in una «dura battaglia». Tremila delegati (non eletti) si sono riuniti per tre settimane, in un esercizio soprattutto formale dato che all’ANP non c’è spazio per un vero e proprio dibattito, ma l’appuntamento è stato importante – soprattutto quest’anno, con l’adozione del tredicesimo piano quinquennale, valido fino al 2020. Abituati come siamo in Italia a discutere di zero-virgola annunciati e misteriosamente scomparsi, ci possiamo perdere di fronte a un cifra come 6,5% di crescita. Per metterla nel giusto contesto: sarebbe il ritmo più lento degli ultimi 30 anni, ma in compenso se sostenuto per il quinquennio consentirebbe di raddoppiare sia il reddito pro capite dei cinesi, sia la dimensione del PIL del paese. Sembra quindi che Pechino stia facendo la sua parte per ridestare l’economia globale dal suo attuale torpore e scongiurare i timori di un altro 2009. In pratica non è agevole capire da dove venga tanto cauto ottimismo, in un contesto in cui la Cina si avvicina alla ”trappola del reddito medio”, quando sostenere la crescita sulla base di bassi salari e investimenti pubblici diventa difficile. In parte da una politica fiscale più espansiva, per coprire tagli a imposte e tasse: Li ha annunciato che il disavanzo passerà dal 2.4% del PIL l’anno scorso al 3% nel 2016, il più ampio dal 1976. All’istituto di emissione, poi, il compito di aprire un po’ di più i cordoni della politica monetaria. Poi però molto viene lasciato all’innovazione, con investimenti in ricerca e sviluppo destinati a crescere da l 2,1% al 2,5% del PIL per fare della Cina il leader mondiale in tutte le industrie avanzate. È un’Araba Fenice che tutti i policy-makers evocano ma che fa una certa fatica a staccarsi da terra e soprattutto a dispiegare i suoi effetti. Sia perché ormai il timore è che siamo entrando in una fase di stagnazione secolare, in cui le nuove scoperte non consentono quello scatto in avanti della produttività che invece fu associato ad invenzioni come il motore a scoppio o la chimica molecolare. Sia perché l’innovazione genera spesso tagli occupazionali, che le autorità cinesi temono grandemente in un sistema economico senza solidi safety nets. Manca il coraggio di affrontare il nodo gordiano dell’eccesso di capacità produttiva e di indebitamento, in gran parte dovuto agli investimenti delle imprese pubbliche durante il quinquennio appena concluso. Procrastinare un intervento che sarà necessariamente doloroso (e che complica l’esercizio di mantenere il tasso di disoccupazione al di sotto del 4,5%) è inefficace per la Cina, dato che blocca risorse che servirebbero invece per accompagnare la transizione verso un’economia basata sui servizi e sui consumi, più pulita e più equa. Ma soprattutto sono scelte in contraddizione con la filosofia del G20 di agire «individualmente e collettivamente». Fino a che le imprese cinesi cercheranno di onorare i propri impegni finanziari invadendo i mercati esteri con prodotti venduti a prezzo di costo, e anche al di sotto, alimenteranno soltanto la deflazione e le spinte protezioniste nel resto del mondo. Che, come mostra il successo di Trump, sono pronte a risorgere al primo profumo di crisi. E fino a che Xi e Li non prendono per le corna il toro di un debito totale che si avvicina al 300% del PIL, lo spettro del crash finanziario cinese continuerà ad aggirarsi per le trading rooms del mondo intero.


[Numero: 20]