Per favore non aprite la mia scatola nera

Così ho rubato la faccia al segretissimo capo Fbi

Quando Adrian Garcia, oscuro sceriffo di Harris County, Houston, Texas, incontrò di persona il capo dell’FBI James Comey, in visita in città nel 2013, quello doveva proprio sembrargli un momento memorabile. Non ci pensò due volte, prese il telefono, scattò una foto e la postò su Twitter. Per lui, cittadino americano di origine messicana, quel giorno doveva essere un po’ il coronamento di una vita dedicata alla pubblica sicurezza della Nazione. Non poteva certo immaginare che avrebbe in qualche modo contribuito a trasformare Comey, l’uomo che aveva fatto della segretezza la sua norma di vita, in una sorta di icona pop.

Da un po’ tempo Paolo Cirio, artista di origine torinesi ma attivo a livello internazionale, monitorava la rete in cerca di foto rubate dei più alti ufficiali della Nsa (National Security Agency) e dell’FBI, i cui nomi erano emersi dopo lo scandalo rivelato da Edward Snowden. «Quello di Comey è uno dei miei scatti preferiti – confessa Cirio – una foto rubata, spontanea». Per Overexposed (Sovraesposti), uno dei suoi ultimi lavori, che sarà presentato anche alla prossima fiera dell’arte contemporanea di Torino, Artissima 2016, Cirio si è impossessato di immagini personali dei più alti ufficiali della sicurezza statunitense. Lavorandole le ha trasformate in stencil puntinati che ricordano i lavori pop art di Roy Lichtenstein. Spray e bombolette hanno fatto il resto: gli scatti sono diventati un’opera street art e i volti più nascosti al mondo sono apparsi sui muri di Berlino, New York, Londra, Parigi. Sovraesposti, appunto.

«Ci sono molti livelli di ironia in Overexposed – commenta Cirio – Il più evidente è forse che anche i ministri della segretezza di stato sono vulnerabili. La loro privacy non è al riparo più di quella dei comuni utenti di internet. Molti ufficiali sono vittime di attacchi hacker da parte di adolescenti. Difendere i propri dati personali in rete è come proteggere una casa: si possono aggiungere serrature, antifurti, controlli centralizzati fino al punto di renderla completamente sicura. Ma negli anni lo sviluppo di internet non è andato di pari passo con lo sviluppo della sicurezza online. Per lo più oggi ci aggiriamo nudi in una casa fatta di vetro. Siamo nei primissimi anni di una nuova era e dobbiamo ancora sviluppare una cultura per saperla gestire».

Overexposed non è il primo progetto che Cirio dedica al rapporto tra protezione della privacy e rete. Con Face to Facebook ha provocato le reazioni inferocite di migliaia di utenti del social media (non come i super agenti segreti che, invece, «non sono persone che reagiscono direttamente»…). Dopo aver selezionato circa un milione di profili , attraverso un software di sua invenzione, Cirio ha ristretto il novero a 250.000 (in base alle caratteristiche visive del volto) e ha creato un finto sito di incontri online, scatenando il panico tra chi pensava di dover render conto della propria presenza nel database a moglie, marito, amanti o fidanzati (ma, precisa l’artista, i nomi non erano indicizzati su Google).

Un’altra volta ancora, con Loophole4All, il suo target sono state le aziende intestatarie di conti offshore alle isole Caimans: Cirio ne ha resa pubblica l’identità, arrivando a venderne online atti costitutivi contraffatti per «democratizzare il privilegio di avere un conto in un paradiso fiscale». Questa volta a insorgere sono state le aziende coinvolte, le autorità delle isole Cayman, la Paypal e una serie infinita di studi di diritto internazionale e commercialisti. «Ho ricevuto moltissime minacce legali. Per ora però nessuna causa aperta».

Un interesse, quello dell’artista per le potenzialità della rete e l’interconnessione con la nostra identità, nato più di vent’anni fa quando Cirio, allora adolescente, giocava a fare l’hacker nei primi hack meeting italiani. Ai tempi una realtà emergente, oggi un fenomeno di grande visibilità.

Il suo prossimo progetto sarà dedicato al diritto all’oblio: mentre in Europa esiste una normativa in merito, «sebbene alla fine ad avere l’ultima parola sia sempre Google», negli Usa l’introduzione di una legge è fortemente osteggiata. «Un vero problema è quello che riguarda le persone che sono state in carcere: venti milioni di statunitensi. Le loro foto segnaletiche (i mugshots) sono online e spesso gli ex detenuti sono ricattati per non vederle pubblicate su altri siti». Se è vero che internet è ancora giovane, gli sfruttatori ci sono già arrivati da un pezzo.


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