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Cinesi alle primarie: l’occasione persa del Pd

L’endorsement a sorpresa di Giuseppe Sala da parte delle principali associazioni di imprenditori cinesi milanesi ha fatto scalpore. Il fatto che poi, a poche settimane di distanza, le primarie del PD a Roma abbiano visto nascere un comitato volto a sensibilizzare alla partecipazione i cinesi di Roma, ha ulteriormente rafforzato l’impressione di un risveglio della sensibilità politica di una popolazione a lungo stigmatizzata come «chiusa» e «autoreferenziale». L’attenzione dei media si è concentrata più sull’incongruità apparente di una partecipazione cinese alle primarie del PD, con il suo colorito contorno di interviste a cinesi palesemente poco consapevoli del processo cui erano stati invitati a partecipare. Si è parlato di «truppe cammellate», di sospetti di voto di scambio, almeno finché il basso turnout effettivo (meno di 800 voti) non ha ridimensionato la vicenda. Nel polverone delle polemiche, si è però perso il significato più autentico dell’impegno espresso in modo concertato dai principali esponenti delle numerose associazioni di imprenditori cinesi: di per sé un complesso lavoro di negoziazione politica, vista la varietà di voci di cui si compone la comunità cinese d’Italia. A Milano i cinesi hanno saputo esprimere la più forte partecipazione alle sole consultazioni democratiche cui possono partecipare cittadini stranieri che non siano in possesso della cittadinanza italiana. È davvero così strano che a mobilitarsi siano soprattutto gli imprenditori, in una collettività in cui è lavoratore autonomo un adulto su tre? È «politicamente sospetto» chi sceglie, da cittadino straniero, di far pesare la propria voce a partire dalle questioni da cui essenzialmente dipende la propria possibilità di sostenere e far fiorire l’attività economica da cui dipende il successo del proprio progetto migratorio? A Milano i residenti stranieri sono circa il 19% della popolazione cittadina complessiva, ma sono quasi un quarto della popolazione attiva e oltre il 10% degli imprenditori. Rappresentano il 34% della popolazione nella fascia d’età 26-34 anni e il 25% dei minorenni. La stragrande maggioranza di loro vive in Italia da circa dieci anni, ma quelli in grado di chiedere la cittadinanza italiana sono ancora pochissimi. Vogliamo davvero che quote così ampie e rappresentative della popolazione urbana non abbiano voce in capitolo sul modo in cui è governato il luogo in cui vivono, lavorano, crescono i propri figli? Davvero ci stupiamo che all’interno di tali quote vi siano persone adulte che si ritengono portatrici di specifici interessi, e che alcuni di questi interessi abbiano anche carattere “comunitario”, ovvero attengano ai membri di una specifica minoranza? È piuttosto ingeneroso vedere nell’azione collettiva degli imprenditori di una minoranza immigrata una mera difesa corporativa di interessi particolari – come se gli imprenditori italiani si comportassero in maniera diversa! Il dato vero di queste primarie, dunque, è piuttosto la desolante assenza della voce degli immigrati e la colpevole negligenza della principale forza di governo italiana nei loro confronti: nessuno sforzo di coinvolgimento sincero, capace di dare dignità e visibilità al voto dei cittadini stranieri da parte del partito. I soli che abbiano trovato il tempo, l’energia e la fiducia in sé stessi e nelle istituzioni necessaria per farsi avanti in numero significativo, sono stati i cinesi. E non perché qualcuno abbia voluto usarli per garantirsi migliori chance di vittoria, ma perché sono alla ricerca di qualcuno che possa dar loro voce. La straordinaria esperienza di maieutica democratica promossa a Roma dal comitato Jasmine Roots, coordinato da Marco Wong, che oltre a favorire trasparenza nella comunicazione in cinese del programma dei candidati, ha posto loro una serie di domande e formulato proposte chiare per sensibilizzarli sui temi dell’integrazione sociale, economica e culturale della capitale, ha avuto esiti paradossali. I principali candidati, compreso il vincitore Roberto Giachetti, hanno preferito non incontrare di persona gli esponenti del comitato, forse timorosi di essere coinvolti in polemiche analoghe a quelle che si erano viste a Milano. Qualcuno dei candidati minori è stato decisamente più aperto e disponibile, ma alla fine il comitato Jasmine Roots ha preferito non esprimere una chiara indicazione di voto. Un’occasione persa per il PD, che ha snobbato un’importante opportunità per mostrare quale valore attribuisce davvero al voto degli immigrati. Ma in fondo è la visione complessiva della società italiana a soffrire di miopia congenita nei confronti del potenziale politico delle sue minoranze.


[Numero: 20]