mille e un iran

Alla corte dello Shah avere le mani pulite era una vergogna

Un aereo della Lufthansa all’aeroporto Mehrabad di Teheran. Sembra una foto pubblicitaria, ma qui la pubblicità non serve, i posti sono sempre tutti venduti. L’aereo decolla ogni mattina da Teheran e atterra a mezzogiorno a Monaco. Limousine prenotate in anticipo portano i viaggiatori a pranzo in ristoranti di classe. Dopo pranzo, lo stesso aereo riconduce i passeggeri a Teheran, dove nelle loro case li aspetta la cena. È uno svago abbastanza a buon mercato: duemila dollari a testa. Pochi. Una cifra senza importanza, per chi sta nelle grazie dello Scià. In genere, a consumare pasti a Monaco ci vanno le basse sfere di corte. I più altolocati non hanno sempre voglia di affrontare le fatiche di una gita così lunga. Per loro c’è un aereo Air France che fornisce un pranzo del parigino Chez Maxim, cuochi e camerieri compresi.

Ma anche i capricci del genere non sono niente di eccezionale: costano pochi spiccioli a paragone delle cifre vertiginose accumulate da Muhammad Reza e dai suoi intimi. Agli occhi dell’iraniano medio, la Grande Civiltà, ossia la Rivoluzione dello Scià e del Popolo, si configurava soprattutto come Grande rapina praticata dall’élite. Chiunque avesse il potere, rubava. Chi occupava una carica e non rubava si faceva il vuoto intorno e diventava sospetto. Veniva ritenuto una spia e mandata a scoprire quanto rubassero gli altri, per poi riferirlo ai loro nemici, bisognosi di informazioni del genere. Erano dei guastafeste e venivano fatti fuori alla prima occasione.

Era un mondo alla rovescia, un totale capovolgimento dei valori: chiunque volesse restare onesto, veniva considerato un informatore prezzolato. Chi aveva le mani pulite doveva nasconderle: nella pulizia c’era qualcosa di vergognoso, di ambiguo: Più si saliva, più le tasche si gonfiavano. Chiunque volesse costruire una fabbrica, aprire una ditta o coltivare cotone, doveva devolvere una quota degli utili alla famiglia dello Scià oppure a uno dei dignitari. Ed era ben felice di pagarla, visto che nessuno poteva fare affari senza il benestare della corte. Non esisteva ostacolo che denaro e relazioni non potessero superare.

L’influenza si comprava, dopodiché la si usava per accrescere il patrimonio: è difficile farsi un’idea del fiume di soldi che affluiva nelle casse dello Scià, della sua famiglia e di tutta l’élite di corte. I parenti dello Scià intascavano tangenti da oltre cento milioni di dollari; nel solo Iran disponevano di una somma fra i tre e i quattro miliardi di dollari, ma il grosso del capitale si trovava nelle banche estere. Primi ministri e generali prendevano bustarelle dai venti ai cinquanta milioni di dollari. Per le cariche inferiori le tangenti erano più modeste, ma non per questo inesistenti, anzi. Con l’aumentare dei prezzi aumentavano anche le tangenti: la gente si lamentava di dover sacrificare una parte sempre maggiore dei propri guadagni al moloch della corruzione. Nell’antico Iran vigeva l’usanza di vendere all’asta le cariche pubbliche. Lo Scià stabiliva un prezzo base per il posto di governatore, che veniva assegnato al miglior offerente.

Una volta insediato, il governatore spremeva i sudditi per recuperare (con gli interessi) il denaro pagato allo Scià.

Adesso l’usanza era rinata sotto un’altra forma. Ora il sovrano comprava la gente mandandola a stipulare grossi contratti, soprattutto militari: un’operazione che fruttava provvigioni favolose, parte delle quali andavano alla famiglia dello Scià. Per i generali era un paradiso: l’esercito e la Savak erano quelli che ricavavano più soldi dalla Grande Civiltà. I generali si riempivano le tasche senza scrupoli. Il capo della marina militare, contrammiraglio Ramzi Abbas Atai, usava la sua flotta per trasportare merce di contrabbando fra Dubai e l’Iran. Dalla parte del mare l’Iran era indifeso, la sua flotta stava nel porto di Dubai, dove il contrammiraglio caricava il ponte di automobili giapponesi.


[Numero: 17]