Pechino il ritorno di Confucio

Al tempo di Mao, chi beve il tè non è un buon rivoluzionario

Io ero cresciuta nel rispetto di tutti coloro che erano più anziani di me, ma ora essere rivoluzionari significava essere militanti e aggressivi. La gentilezza era considerata “borghese”. Mi criticavano spesso per quel mio atteggiamento, che era poi una del le ragioni per cui la mia domanda di ammissione fra le Guardie Rosse veniva respinta. Negli anni della Rivoluzione Culturale avrei visto delle persone attaccate perché dicevano “grazie” troppo spesso, cosa che era considerata un’ “ipocrisia borghese” la cortesia era in via di estinzione.

Ma in quel momento, fuori della casa da tè, mi accorsi che la maggior parte di noi, Guardie Rosse comprese, era a disagio di fronte a quel nuovo modo di parlare e di imporsi agli altri. Molti non aprirono bocca. In silenzio, un gruppo cominciò a incollare i cartelli rettangolari con gli slogan sulle pareti della sala e sul tronco dell’ “albero dello studioso”.

In silenzio, i clienti cominciarono ad allontanarsi lungo la riva del fiume, e mi sentii assalire da un senso di perdita, mentre guardavo quelle figure che scomparivano. Un paio di mesi prima, probabilmente quella gente avrebbe reagito mandandoci al diavolo, ma ora sapevano che l’appoggio di Mao aveva conferito potere alle Guardie Rosse. A ripensarci adesso credo di capire il senso di esaltazione che molti ragazzi dovevano provare nel dimostrare il loro potere sugli adulti. Uno slogan delle Guardie Rosse diceva: «Possiamo volare in cielo e perforare la terra perché il grande capo, il presidente Mao è il nostro comandante supremo!». Come si intuisce da quella dichiarazione, le Guardie Rosse non godevano di vera libertà di espressione: e fin dall’inizio non furono altro che lo strumento di un tiranno.

Comunque, quel dell’agosto 1966, in riva al fiume, ero soltanto confusa. Entrai nella casa da tè con i miei compagni e uno di noi chiese al proprietario di chiudere, mentre altri cominciarono ad attaccare slogan sulle pareti. Molti clienti si alzarono e se ne andarono ma in un angolino un vecchietto rimase seduto al suo tavolo sorseggiando il tè con tutta calma. Rimasi accanto a lui, imbarazzata all’idea di esprimere la voce dell’autorità. L’uomo mi guardò, poi riprese a sorseggiare rumorosamente il tè. Aveva un volto solcato dalle rughe, che s’identificava quasi alla perfezione con lo stereotipo della “classe operaia” illustrato dai manifesti propagandistici. Le sue mani mi ricordarono un brano del mio libro di testo che descriveva un vecchio contadino le cui mani potevano stringere rami spinosi senza provare dolore.

Forse quell’uomo si sentiva sicuro per il proprio passato inattaccabile, o forse perché fino a quel momento era stata oggetto del massimo rispetto; o forse più semplicemente non mi giudicava degna di grande attenzione. In ogni caso, restò seduto senza far caso a me. Io feci appello a tutto il mio coraggio dissi a bassa voce: “Potreste andarvene per favore?” Senza guardarmi, l’uomo rispose: «Dove?», «A casa, naturalmente» risposi io.

L’uomo si voltò verso di me: anche se parlava piano, nella sua voce avvertii l’emozione. «Casa? Quale casa? Ho una stanza minuscola che divido con i miei due nipoti. Per me c’è solo un cantuccio separato da un tenda di bambù, con uno spazio appena sufficiente per il letto. Tutto qui. Quando i ragazzi sono a casa, vengo in questo posto in cerca di un po’ di pace e di tranquillità. Perché dovete portarmi via anche questo?».

Le sue parole mi sconvolsero e mi riempirono di vergogna: era la prima volta che sentivo un resoconto di prima mano su una vita così miserabile. Girai sui tacchi e me ne andai.

Quella casa da tè, come tutte le altre del Sichuan, restò chiusa per quindici anni, fino al 1981, quando la riforma di Deng Xiaoping decretò che poteva essere riaperta. Nel 1985 vi tornai con un amico inglese e ci sedemmo sotto l’“albero dello studioso”. Una vecchia cameriera venne con un bricco a riempirci la tazza, versando l’acqua da una distanza di mezzo metro. Intorno a noi, i clienti giocavano a scacchi: fu uno dei momenti più felici di quel ritorno.

Da Cigni Selvatici.

Tre figlie della Cina


[Numero: 20]